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	<title>Racconti - Damiano Gallinaro</title>
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	<title>Racconti - Damiano Gallinaro</title>
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		<title>&#8220;Oltre la tenda&#8221; nella Ranstad degli anni &#8217;60</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2020 01:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Ranstad1969]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa storia è davvero incredibile! Nel 2017 l&#8217;associazione Civico Zero si aggiudica all&#8217;asta una scatola di rullini avvolti in una carta di giornale, il Ranstad, 31 gennaio 1969, da qui nasce l&#8217;idea del Concorso Letterario Randstad1969.Iniziano a svilupparli e vengono alla luce istantanee di vita quotidiana. Si tratta di una famiglia residente appunto nel Ranstad, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="529" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/oltre-la-tenda-foto-800.jpg" alt="oltre la tenda foto" class="wp-image-241" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/oltre-la-tenda-foto-800.jpg 800w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/oltre-la-tenda-foto-800-300x198.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/oltre-la-tenda-foto-800-768x508.jpg 768w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/oltre-la-tenda-foto-800-650x430.jpg 650w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Foto originale, fonte di ispirazione per la realizzazioen del racconto &#8220;Oltre la tenda&#8221;</figcaption></figure><p>Questa storia è davvero incredibile! Nel 2017 l&#8217;associazione Civico Zero si aggiudica all&#8217;asta una scatola di rullini avvolti in una carta di giornale, il Ranstad, 31 gennaio 1969, da qui nasce l&#8217;idea del Concorso Letterario <strong><a href="https://randstad1969.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Randstad1969</a></strong>.<br>Iniziano a svilupparli e vengono alla luce istantanee di vita quotidiana. Si tratta di una famiglia residente appunto nel Ranstad, conurbazione che si estende tra Amsterdam e Rotterdam. Ad ognuno dei partecipanti è stata assegnata una foto a caso con la sfida di costruire una storia dalla &#8220;lettura&#8221; della foto.<br>Devo ammettere che non è stato per niente facile. Spesso restavo lì a guardare la foto senza riuscire a trovare la storia dietro l&#8217;immagine. Poi improvvisamente l&#8217;intuizione di questo breve ma intenso racconto &#8220;Oltre la Tenda&#8221; nella Ranstad degli anni &#8217;60. Un racconto di ricordi, di legami e di memorie spesso difficili.</p><p class="has-drop-cap">Davanti a me ho questa foto che nemmeno pensavo esistesse, perduta come tanti altri ricordi. Non ricordavo questa foto, così come tante altre cose che ho voluto dimenticare nel corso di questi anni. E invece,&nbsp; qualcuno ha ritrovato un vecchio cartone e dentro quest’ultimo, avvolti in una carta di giornale del 1969 del quotidiano del Randstad, decine di rullini non ancora sviluppati. Qualcuno in un modo che non riesco a comprendere fino in fondo, è riuscito a risalire fino a noi, fino a me, e mi ha inviato in busta chiusa questa foto che ora ho davanti.<br>Più di cinquanta anni sono passati&nbsp; da quando è stata scattata: ci siete voi due, le mie sorelle amate, che osservate qualcosa&nbsp; da dietro la tenda, di quello che era il nostro soggiorno.&nbsp;<br>Che cosa&nbsp;stavate guardando? Perché io non c’ero?&nbsp;<br>Chissà forse stavate proprio guardando me mentre ero fuori nel cortile, oppure&nbsp; eravate seminascoste cercando di capire su cosa stessero discutendo mamma e papà. O forse si trattava di quel giorno maledetto in cui mamma ci comunicò di averne abbastanza, facendoci scoprire cos’era davvero la vita, oppure, quel giorno in cui ho portato a casa il primo fidanzatino.&nbsp;<br>Cerco della mia memoria i pochi momenti della nostra infanzia in cui in cui non siamo state insieme, ma non riesco ad individuare in questa foto qualcosa in particolare che riporti ad un ricordo preciso.&nbsp;<br>Quante foto ci faceva papà, non c’era momento della nostra giornata insieme che in qualche modo non venisse immortalato:&nbsp; una gita in barca sul canale, un’escursione in bici seguendo il fiume verso il mare, oppure una delle feste della conurbazione, era, forse,&nbsp; il modo che aveva trovato per farci sentire la sua presenza, per colmare i vuoti delle sue tante assenze per lavoro.<br>Però ora che ci penso… se è stato papà a scattare la foto allora dov’eravamo io e mamma? Eravamo forse fuori in giardino giocando, facendo giardinaggio? E se la foto per una volta l’avesse scattata la mamma? O addirittura l’avessi scattata io di nascosto per immortalare una vostra piccola marachella?<br>La memoria è così fallace, e selettiva, più passano gli anni, sempre più inevitabilmente frammenti della nostra infanzia e della nostra adolescenza iniziano a perdersi, cancellarsi, sfocarsi come una vecchia foto. Alcune volte addirittura ci inventiamo ricordi che non sono mai esistiti, così da adeguare la narrazione della nostra vita ai canoni che avremmo voluto.<br>E’&nbsp; un miracolo che questi rullini siano arrivati intatti fino ai nostri giorni, che le foto siano state recuperate in modo così perfetto. Chi ha fatto questo lavoro ci ha messo di sicuro tanto amore e tanta curiosità.<br>E comunque, qualunque fosse il momento della nostra vita immortalato, chi scattava quelle foto di sicuro ci amava più di ogni altra cosa al mondo.<br>Vorrei tanto condividere con voi sorelle mie questo ricordo così particolare, magari ricordare insieme questo momento, ma alla nostra famiglia non è stato concesso di vivere grandi gioie, ma grandi e indimenticabili dolori.<br>Quel giorno terribile, quell’incidente, quella maledetta curva, la strada sdrucciolevole, il volo della macchina nel canale, uno dei nostri canali, ha cancellato le vostre vite e quelle di un altro paio di anime limpide ed eccezionali.<br>Così eccomi da sola a cercare tra i ricordi frammentari di una vita, quest’attimo che sembra perduto.<br>Domande si susseguono, ma com’è possibile che papà non abbia sviluppato queste foto? Che le abbia tenute nascoste o dimenticate in una soffitta o in uno scantinato? Non lo avrebbe mai permesso “ogni foto non scattata è un ricordo perduto” diceva. E allora dove erano rimaste nascoste queste foto per tutto questo tempo?<br>Un modo ci sarebbe per tentare di ricostruire la storia dietro questa foto, ma sarebbe necessario fare qualcosa che finora ho sempre rinviato, andare a trovare una persona che non riesco a perdonare, ma che in un modo o nell’altro è la persona che più di tutte ha ancora adesso un legame forte con tutta la nostra memoria.<br>Non parlo con nostra madre da anni ormai.<br>Siamo rimaste a vivere nello stesso piccolo paese del Randstad eppure, nonostante tutto, ci siamo appena sfiorate negli ultimi anni dopo aver cercato per decenni di venire a patti con le nostre vite, le nostre coscienze e le nostre maledizioni.&nbsp;<br>Così simili, troppo simili per comprenderci davvero.<br>Ma poi ha davvero senso capire che giorno fosse? Che cosa stesse accadendo fuori dal soggiorno? Non basta forse che sia emerso come un dono inaspettato, il vostro ricordo?&nbsp;&nbsp;<br>E però… forse dentro di me sento che ho necessità di condividerlo con qualcuno e allora…<br>E allora prendo coraggio e percorro, in una meravigliosa giornata di primavera,&nbsp; il lungo canale in bici come ho fatto migliaia di volte verso quella casa che è rimasta del tutto immutata per anni e dove lei ha continuato a vivere consentendoci poche volte di entrare, come se fosse il suo santuario, il suo rifugio. Ma quella casa era anche nostra, di nostro padre, delle mie sorelle, mia, dei nostri ricordi e della nostra vita felice.<br>Questa cosa non sono mai riuscito a perdonarla, questo atto di egoismo incomprensibile.<br>Arrivo fino al cancello di ferro battuto, lo scosto, cigola, seguo il vialetto fino alla porta in legno, mi fermo per un attimo, raccolgo le forze, trattengo il respiro e poi butto fuori l’aria, quanti ricordi, busso.<br>Sento i suoi passi trascinarsi verso la porta, la sua raucedine, non ha mai smesso di fumare, la sento fermarsi dietro la porta, sicuramente mi sta osservando sorpresa, indecisa sul da farsi, chissà forse ha anche lei il cuore che batte forte e che toglie il respiro.<br>Alla fine la porta si apre e mi appare il suo viso scavato, il suo volto in disordine, sembra quasi aver pianto da poco, non mi dice nulla, mi invita solo ad entrare, la seguo nel soggiorno, quel soggiorno immortalato nella foto.<br>Su un tavolino, in disordine, quelle che sembrano vecchie foto.<br>Mi guarda e sembra stia quasi per cedere,&nbsp; cadere, crollare, non si stupisce della mia presenza, come se l’avesse in qualche modo preventivata. Mi invita a sedermi e indica le foto.&nbsp;<br>Io estraggo la mia dalla tasca interna della blusa, e gliela porgo. Lei la guarda a lungo e poi improvvisamente sorride. “E’ proprio questo soggiorno… incredibile solo oggi mi accorgo che non ho cambiato nulla nell’arredamento… io che volevo cambiare tutto… che…”.<br>“Mamma ma chi le ha inviate?”<br>“Non so… oggi le ho trovate in un pacco nella cassetta della posta non c’è mittente… e la tua?”<br>“Arrivata per lettera… anche questa senza mittente…”.<br>Guarda ancora la foto come se cercasse anche lei un ricordo che si è perduto.<br>Poi vedo scorrere le sue lacrime.<br>“Mamma…”<br>“Ti ricordi… era un giorno di pioggia e tu e tuo padre eravate usciti in giardino per fare non so quale strano gioco… le tue sorelle erano rimaste a casa… delle tre la più avventurosa, anticonformista sei sempre stata tu… in questo mi somigli… tuo padre aveva lasciato la sua amata reflex nel soggiorno e così mi divertii, sdraiata sul divano, a scattare delle foto…mai avrei pensato che un giorno sarebbero rivissute… ricordo che nascosi il rullino… ma&nbsp; da quel giorno ci presi gusto e iniziai ogni tanto a fotografarvi tutti di nascosto… non avevo, però,&nbsp; il coraggio di svilupparle,&nbsp; di farle vedere a vostro padre… sai le risate che si sarebbe fatto… come avrebbe vivisezionato le mie foto… e allora nel tempo le nascosi in uno scatolone che poi non trovai più… chissà dov’era finito… e ora questo…”<br>La sua voce s’incrina.<br>“Quindi non c’era nessun grande evento nascosto dietro questa foto, dietro lo scostare della tenda da parte delle mie sorelle… solo una uggiosa e noiosa giornata di pioggia…”<br>La mia delusione dove essere davvero evidente se per la prima volta quella donna forte e distante ,dopo anni, arriva quasi a&nbsp; sfiorarmi i capelli.<br>E’ ormai ad un palmo da me, sussurra: “Ogni momento era speciale… per quanto piccolo… insignificante… peccato che ad un certo punto non sono più riuscita a cogliere la bellezza di questa normalità… spero che un giorno riuscirai a perdonarmi…”.<br>Chino il capo verso di lei, non è questo il momento per parlarne, ora che, per la prima volta dopo tanti anni siamo così vicine: ” Sembra quasi che guardino la luce… come se volessero andare via non pensi? E se…”.<br>Annuisce con lo sguardo, un momento di imprevedibile sintonia.<br>Così l’aiuto ad alzarsi dal divano, a indossare lo scialle e lentamente la conduco verso la collina dove si trova il piccolo cimitero del villaggio e verso il luogo in cui le mie amata sorelline giacciono. Insieme avevano vissuto, insieme riposavano.<br>Poniamo la foto sul marmo poroso e ci stringiamo in un abbraccio di tutta la vita&nbsp; e in qualche modo, le nuvole sembrano prendere forme familiari e siamo nuovamente nel nostro giardino, mio padre che fotografa tutto, mia madre che sorride prendendolo in giro, io che cerco di prendere un geco, e le due bambine paffutelle che improvvisamente sembrano girarsi all’unisono per salutarci in una luce innaturale.<br>Comincia a fare fresco, stringo le spalle di mia madre, e come se fosse d’incanto da una delle case vicine iniziano ad arrivare le note di quella meravigliosa canzone di Leonard Cohen, Hallelujah e senza una motivo apparente prendo le mani di mia madre tra le mie e la invito a danzare, e tutto per la prima volta dopo anni sembra così leggero.</p><p></p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/oltre-la-tenda-racconto-ranstad-1969/">&#8220;Oltre la tenda&#8221; nella Ranstad degli anni &#8217;60</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Sale e argento. La storia di Mirjana</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/sale-e-argento-la-storia-di-mirjana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 00:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La ex Jugoslavia, Srebrenica e soprattutto il dramma delle donne violate e dei figli &#8220;bastardi&#8221; nati da quelle violenze, emergono con forza e delicatezza al tempo stesso in questa storia che ho scritto qualche anno fa ma che ha avuto la sua scrittura definitiva solo dopo l&#8217;incontro con Bakira e altre donne di Visegrad che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/sale-e-argento-la-storia-di-mirjana/">Sale e argento. La storia di Mirjana</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La ex Jugoslavia, Srebrenica e soprattutto il dramma delle donne violate e dei figli &#8220;bastardi&#8221; nati da quelle violenze, emergono con forza e delicatezza al tempo stesso in questa storia che ho scritto qualche anno fa ma che ha avuto la sua scrittura definitiva solo dopo l&#8217;incontro con Bakira e altre donne di Visegrad che questa terribile violenza hanno subito e di cui portano ancora i segni non solo nel corpo ma soprattutto nell&#8217;anima. Nel silenzio di Mirijana c&#8217;è l&#8217;impossibilità di molte di queste donne di raccontare quanto di terrificante hanno subito. Ma c&#8217;è sempre speranza e la speranza è negli occhi e nella forza di una bimba innocente venuta al mondo nel peggiore dei modi ma che con il suo solo essere al mondo assume le sembianze della speranza. La storia di Mirijana è comunque una storia di resilienza e speranza.&#8221; </p><p class="has-text-align-right"><em>A Bakira Hasecic</em></p><p>La ragazza raccoglie la legna e la ordina con pazienza. Il fumo del camino sale nel cielo e si confonde con il fumo acre e biancastro delle acciaierie. Un altro inverno freddo sta per iniziare nella Città del Sale e la ragazza alza gli occhi verso la montagna ripensando ai giorni terribili passati nella Città dell’Argento più di dieci anni prima.<br>Una bambina con i capelli crespi fa capolino dalla porta di casa, la donna la guarda, le sorride e il suo è un sorriso al tempo stesso dolce e amaro, come la tua terra. La saluta mentre va via, con un tenero bacio sulla fronte.<br>Pela le patate e le mette in una pentola per farle bollire, prepara poi della verdura per la minestra. La bambina è a scuola e così&nbsp;lei è sola con il suo silenzio. Passa qualcuno per strada, lei saluta dalla finestra, questa città, pensa, è ancora un posto in cui si può vivere, un luogo da cui ricominciare. Ma la notte è piena di incubi, quelli che nascono da quel posto in cui ci si rifugia quando siamo bambini, quel bambino dentro che ora è stato violato e che urla nel buio dell’incubo.<br>La ragazza attraversa la strada statale che separa il piccolo quartiere collinare dove vive, dal centro della città del Sale, le macchine sfrecciano veloci, e il fumo delle fabbriche si confonde ancora una volta con il cielo grigio. Non sarebbe mai voluta uscire soprattutto perché è uno di quei giorni in cui tutto sembra così vivido, così terribilmente presente. Attraversa con calma la via pedonale che porta alla piazza principale, saluta distrattamente alcune donne sedute sull’uscio di casa e si avvia verso un piccolo vicolo laterale.<br>C’è un mare di ricordi nel cuore della ragazza che piange lacrime silenziose mentre sfrega le scale del palazzo signorile dove lavora. I ricordi, pensa, quasi sempre ti scavano dentro soprattutto quando non sono facili da mandare via. Quel giorno in cui tutto avvenne lei aveva iniziato la giornata come sempre, una tazza di caffè turco con un lokum, pitta al formaggio e un cucchiaio di yogurt&nbsp;kefir. Poi, in cerca di un’improbabile normalità, era andata a passeggiare, aveva guardato la montagna che già da tempo non era più la montagna felice dell’infanzia, &nbsp;nessuno era davvero pronto a quello che sarebbe accaduto, nessuno, neppure quelli che avrebbero dovuto salvarla… salvarli.<br>Non ce la fa più a continuare, deve cercare di ricacciare dentro il magone, l’angoscia, tra un po’ la signora passerà&nbsp; a salutarla e come sempre le passerà la mano sul capo con un affetto che non ha mai compreso, ma che le riempie l’anima, e non si può che donare un sorriso a chi ti dona amore, anche se nel cuore l’amore è finito da tempo, celato dalle ombre.<br>E così, la mano della donna sfiora il capo della ragazza, ha delle uova fresche per la sua bambina, le dice. La ragazza sorride alla signora che a sua volta sorride stanca, neanche con lei la vita è stata buona, anche se ha dovuto soffrire un dolore diverso. La sua, riflette la ragazza, è una terra di dolore, una terra di infinite ed interminabili tragedie, ma da cui il suo popolo si è sempre rialzato. Le tragedie di un popolo sono le tragedie di singole persone che sommate fanno la terribile tragedia della storia, così affermava un suo professore al liceo.<br>La ragazza guarda l’orologio è già mezzogiorno, è tempo di andare. Al mercato compra delle rape e della carne, il latte e qualche piccolo dolce per la sua bambina. Mentre aspetta che il semaforo diventi rosso per attraversare la strada, un ragazzo la nota e le fischia, lei vorrebbe ridere di quel complimento sgraziato, ma piange lacrime trattenute e il suo corpo si scuote e trema nel ricordare cosa non potrà più essere, cosa non potrà più donare.<br>Torna a casa e all’improvviso sente di non avere più forze, succede sempre così quando il passato ritorna. E il passato ritorna sempre purtroppo, è quello il problema. Guarda fuori dalla porta, c’è un uomo con i fiori in mano che la guarda, si toglie il cappello e la saluta. Come ogni mese quest’uomo, che si reca al mercato per vendere i prodotti del suo piccolo orto, le porta dei fiori e in silenzio aspetta di essere ricevuto. Sempre in silenzio lei lo invita a entrare, lo fa sedere a tavola, prende i fiori e li mette in un vaso, poi prepara il caffè lungo e speziato come piace agli uomini della sua terra. Lo bevono insieme guardandosi negli occhi. L’uomo è innamorato di lei da quando l’ha vista al mercato ormai un anno fa. Prima di andare via l’uomo le sfiora il braccio nudo, vorrebbe tanto provare quel brivido che neppure molti anni fa le provocava la carezza di un ragazzo, invece anche stavolta non prova nulla, abbassa gli occhi. Da all’uomo del pane e una torta fatta in casa. Ci sono cose che lei non può più donare, non può più donarsi. Così l’uomo va via, chiude la porta dietro di se e riprende il cammino di ritorno verso il suo villaggio. Lei piange scuotendosi tutta, mentre pensa con orrore che la sua vita si è fermata ad un giorno di luglio di qualche anno prima e da allora non è più ripartita.<br>La sera davanti alla luce della TV, le immagini di un altra guerra, di un altro dolore, vorrebbe urlare ma non ce la fa, le parole sono chiuse, trattenute nel cuore.<br>Al mattino la figlia la guarda e le chiede ancora una volta “Mamma ma perché non parli più?”.&nbsp; La bimba è sicura di aver sentito la sua voce quando era piccola, quando le raccontava le ninne nanna. La bimba guarda la ragazza come solo le bimbe sanno fare e Mjriana piange, l’abbraccia e sussurra qualcosa d’incomprensibile all’orecchio della bimba.<br>I giorni passano uguali tra ricordi che non riescono ad andare via e una vita da trascinare avanti fino a che un giorno la ragazza riceve una lettera. Guarda e riguarda la busta, la gira e la rigira ma non riesce ad aprirla, ha quasi paura di sapere cosa contenga. La vita è stata crudele con lei e può esserlo fino in fondo. E’ una vittima di guerra, lei e la figlia lo sono, e spetta loro una forma di risarcimento, se mai si può risarcire la perdita della felicità, dell’innocenza.<br>Apre la busta quasi guardando da un’altra parte, poi legge le poche righe: “La S.V. è inviata a presentarsi presso la sede del&nbsp; Tribunale Supremo di Sarajevo per comunicazioni riguardanti la pratica n… da lei presentata in data…”. Poche righe in burocratese per non dire nulla e lasciare in sospeso tutto.<br>Dalla Città del Sale, la sua Tuzla, dovrà andare&nbsp; di nuovo verso la Capitale di uno stato che non esiste e di cui stenta a sentirsi parte. Tra poche ore la sua bambina tornerà da scuola, dovrà farle capire che tra qualche giorno la mamma si assenterà&nbsp; per qualche ora, forse un’intera giornata e non è mai accaduto finora, mai ha lasciato sola la figlia.<br>Ma la bimba è forte, molto più di lei, quei suoi occhi, da bastarda di questo paese bastardo, sono sempre duri come la pietra. Portano il segno della violenza, ma in alcuni giorni anche il fuoco della speranza.<br>Come il fuoco nel camino che crepita, in questa sera d’inverno che ne ricorda un’altra in cui, si racconta, l’Orso di Tuzla ha abbandonato il bosco, ha rotto degli steccati.<br>La lettera ha riaperto ulteriori ferite mai completamente rimarginate. La ferita più grande non è quella che emerge in fondo al cuore, no la ferita più grande è quella che ragazza sente tra le sue gambe, quella ferita che ancora oggi emerge al ricordo di quello che è successo quel giorno nella Città dell’Argento. Ogni volta il dolore fisico è insopportabile e ogni volta le sembra che il suo corpo la rifiuti.<br>Era successo tutto in fretta, le avevano separate dagli uomini come facevano i nazisti nei campi di concentramento di cui aveva sentito parlare a scuola.<br>Le avevano sbattute a terra e poi una per una erano state scelte da un uomo che strattonandole le aveva portate via. Le vecchie, le nonne, il patrimonio di storie di vita di questo piccolo paese, costrette a guardare, separate dalle figlie dalle nipoti, costrette a subire l’oltraggio che sempre porta la guerra.<br>E’ il sesso che muove il mondo e che muove la guerra, lei ne era certa da sempre.<br>Ogni soldato sogna di avere una donna in guerra, anche quell’olandese che la guardava ogni giorno e a cui aveva sorriso e che le aveva regalato quella sua foto con il nome e cognome dietro, cosa poteva volere di più? Eppure le era sembrato diverso, dolce, gentile, ma dov’era quel giorno, perché non aveva fatto nulla? E perché lei comunque continuava a conservare quella foto?<br>Forse non poteva sparare, ma almeno poteva gridare, farle capire che avrebbe fatto qualcosa per lei, per le altre. Forse sarebbe bastato, ma chissà dov’era rimasto, lì, fermo, come un soldatino di stagno guardando un uomo che fino a qualche tempo prima la ragazza avrebbe chiamato fratello e che l’aveva trascinata dentro quella casa di legno&nbsp; e pietra. Cos’era successo dopo? La ragazza guarda fuori verso i monti e sospira, lo ha raccontato più volte nelle deposizioni e ricordarlo riapre ancora quella ferita, quella fitta che è impossibile da sopportare.<br>Alcune immagini le tornano alla mente con più forza di altre:&nbsp; un uomo&nbsp; che la spinge verso la staccionata e la blocca contro il legno passandole le mani con forza sul corpo, strappandole la t-shirt mentre la tiene stretta con le gambe possenti. Ancora adesso le manca il fiato, non riesce ad andare avanti nel ricordo. Ricorda di aver provato a gridare ma l’uomo l’aveva minacciata puntandole la pistola in fronte, mentre premeva sempre di più contro di lei.<br>Ad un certo punto era riuscito a superare ogni sua debole difesa e aveva posto in essere quello che altro non era che l’ennesimo atto di guerra, come se quella liberazione finale nel suo corpo di adolescente non fosse altro che l’ennesima mitragliata scagliata contro la gente di Bosnia.<br>Terminato l’atto di guerra, l’uomo aveva addirittura cercato un bacio da parte della ragazza che si era divincolata e aveva cercato di scappare. Ricorda ancora perfettamente le parole di quell’essere sussurrate con rabbia e disprezzo: “Piccola puttanella musulmana porterai sempre con te il ricordo di questa guerra, di questa nostra vittoria, il figlio bastardo di una nazione bastarda che chiamavamo Jugoslavia”. Poi le aveva sputato in faccia e l’aveva buttata con forza per terra.<br>Di quello che è successo dopo la ragazza ricorda poco, ricorda di essersi rannicchiata in posizione fetale quasi sperando che qualcuno le sparasse, poi altre ragazze gettate in quella che sarebbe divenuta una trappola.&nbsp; Quando aveva sentito il fumo aveva urlato cercando di scuoterle, ma invano. Riuscì a farsi spazio tra due assi divelte, non ricorda come, poi la mano di qualcuno l’aveva tirata fuori e successivamente trascinata verso il bosco. Ancora adesso non sapeva se chi l’avesse salvata fosse&nbsp; un uomo, una donna, un amico o un nemico.<br>In qualche modo era viva, se si poteva quella considerare vita.<br>La ragazza guarda il fuoco crepitare, la bambina fa i compiti e guarda fuori dalla finestra, da ore cerca di riprendere fiato, rivivere tutto le ha fatto come sempre malissimo.<br>Fa freddo, nel pomeriggio è passata a trovare una sua vicina, le ha spiegato a gesti che deve andare a Sarajevo, le ha mostrato la lettera, e le ha chiesto di badare alla piccola Malina. Si è sforzata di parlare, ma le parole quasi non si udivano, ma dovrà trovare la forza di parlare a Sarajevo.<br>Il mattino seguente&nbsp; la nebbia copre tutta la valle come accade spesso nel lungo inverno bosniaco, carezza il capo della bambina e poi si dirige verso la finestra. Le manca la sua città, la città dell’Argento, Srebrenica. Srebro, infatti, significa argento nella sua lingua, che è poi anche la stessa dei suoi aguzzini. Le manca, &nbsp;nonostante tutto, ma non è più riuscita a tornarci, anche perché non ha morti da piangere, non sa dove siano i corpi dei suoi cari.<br>Chiude i pugni e si avvia verso la strada principale, nelle tasche frammenti di sale e argento.</p><p>Il racconto ha partecipato al Contest <a href="http://www.sguardoadest.it/new_blog/category/10-000-parole/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sguardo ad Est</a> </p><div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow"><div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-1 wp-block-columns-is-layout-flex"><div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<iframe title="Never Forget Srebrenica - Tuzla Zene Srebrenice p.2" width="1170" height="658" src="https://www.youtube.com/embed/chuCgT2tg6I?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe>
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		<title>Nel periodo non collegato: riflessioni in isolamento</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/nel-periodo-non-collegato-riflessioni-in-isolamento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 May 2020 19:46:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ezio Luzzi, una delle voci inconfondibili di Novantesimo MInuto, iniziava spesso il suo collegamento dallo stadio con questa frase ormai divenuta leggendaria: &#8220;Nel periodo non collegato…&#8220;. Dava pienamente l&#8217;idea che qualcosa fosse realmente successo in quel lasso di tempo che sembrava non vissuto, oppure occultato. E&#8217; accaduto e accade anche a noi in questo &#8220;tempo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ezio Luzzi, una delle voci inconfondibili di Novantesimo MInuto, iniziava spesso il suo collegamento dallo stadio con questa frase ormai divenuta leggendaria: &#8220;<em>Nel periodo non collegato…</em>&#8220;. Dava pienamente l&#8217;idea che qualcosa fosse realmente successo in quel lasso di tempo che sembrava non vissuto, oppure occultato. E&#8217; accaduto e accade anche a noi in questo &#8220;tempo sospeso&#8221;, in cui anche se paradossalmente sempre più connessi &#8220;virtualmente&#8221; ci astraiamo sempre più dal &#8220;reale&#8221;, cioè tutto ciò che accade e che sta accadendo in questo periodo non collegato. Il protagonista del racconto riflette proprio su questo, su quanto ci siamo persi di quanto è accaduto nel resto del mondo fuori, mentre cercavamo rifugio in una realtà &#8220;altra&#8221;. </p><p class="has-drop-cap">Voci dal passato, una radio, una giornata di sole, di quelle primaverili, indimenticabili, un pallone da calciare contro il muro e la voce di Ezio Luzzi: &#8220;<em>Nel periodo non collegato l&#8217;Atalanta è andata vicino alla rete in almeno due occasioni ma nella prima occasione il portiere si è opposto e nella seconda il biondo attaccate svedese l&#8217;ha tirata alta… in questo momento non ci sono altre cose da segnalare da Bergamo è tutto… la linea allo studio…</em>&#8220;.<br>Già, &#8220;nel periodo non collegato&#8221;, cos&#8217;è successo nel periodo non collegato? Cosa ci si siamo persi mentre vivevamo nel nostro tempo sospeso? Cosa abbiamo escluso dalla nostra vita artefatta, dalle nostre tiepide case in cui in qualche modo siamo sopravvissuti?<br>Siamo nella fase 2, quasi fase 3, (millequattro quasi millecinque direbbero i villici nell&#8217;indimenticato film <em>Non ci resta che piangere</em>) e ci accorgiamo solo adesso che il mondo è andato avanti nonostante la sospensione, nonostante il Covid-19, nonostante le torte, le pizze, le serie televisive, le nostre paure, speranze, sogni e incubi.<br>E così nel periodo non collegato è successo…<br>Che uomini, donne e bambini provenienti da lontano hanno continuato il gioco (<em>The Game</em>) consistente nel superare in uno modo o nell&#8217;altro un confine, perché il loro nemico non era il Covid, almeno non il peggiore, ma l&#8217;uomo nelle sue più abiette versioni. Che però alle guardie di frontiera di un democratico paese comunitario questo gioco davvero non piaccia e in qualche modo deve terminare, anche a costo di sparare ad altezza d&#8217;uomo, e più volte, purtroppo, è accaduto.<br>Che alcuni di questi uomini in qualche modo, però, ce l&#8217;hanno fatta e hanno bussato alle nostre porte, ma noi non ce ne siamo accorti chiusi com&#8217;eravamo nel nostro tentativo di sopravvivenza.<br>Nel periodo non collegato è successo che è scomparso un mondo fatto di storie, narrazioni, memorie, carezze e affetti che non tornerà più.<br>È successo anche che qualcuno con ansia ha contato i soldi e i giorni che lo separavano dal &#8220;sussidio&#8221; prestato dallo stato.<br>Nel periodo non collegato è successo che, seppure fortemente connessi, siamo stati del tutto assenti gli uni nei confronti dell&#8217;altro, nonostante gli hashtag, i balconi e i rosari.<br>Nel periodo non collegato, questo paese ha avuto bisogno di eroi che avrebbero voluto solo svolgere il loro lavoro ritornando a casa dalle loro famiglie, perché maledetto è il paese che ha bisogno di eroi.<br>Nel periodo non collegato è successo che sono morti per via di uno sciopero della fame fino alla morte (<em>death fast</em>), nel tentativo di preservare la libertà di parola e di espressione, due dei membri del <em>Grup Yorum</em>, curdi perseguitati dal satrapo turco che tanto piace all&#8217;occidente.<br>Nel periodo non collegato è successo che…<br>Ma poi all&#8217;improvviso ci siamo svegliati e ci siamo accorti che il mondo era andato avanti senza di noi, che il virus &#8220;<em>petaloso e misericordioso</em>&#8221; non ci avrebbe fatto il dono di una nuova era dell&#8217;Acquario o di un&#8217;altra umanità, ma che in realtà aveva lasciato solo macerie e dolore.<br>Che nulla di buono sia nato dall&#8217;opera &#8220;santifica&#8221; del virus ce l’ha ricordato il ginocchio pesante di un poliziotto bianco americano premuto sul collo di un nero d&#8217;America.<br>Ce l&#8217;hanno ricordato le violenza subite in silenzio dalle donne ora di nuovo al centro della scena triste del nostro mondo violento.<br>E ce l&#8217;hanno ricordato i costruttori di mondi che noi chiamiamo scrittori, gli uomini e donne che questi scrittori aiutano a divenire parte del mondo letterario, i musicisti, e chi porta la musica nel mondo, a cui gratis abbiamo chiesto una colonna sonora per la quarantena, come se l&#8217;arte non avesse un prezzo, il prezzo della vita.<br>E allora quasi quasi era meglio quando non eravamo collegati, quando pur connessi con il mondo riuscivamo così bene a restare fuori dal tutto, sperando in un nuovo giorno di resistenza, quasi protetti dalla quarantena, addirittura, alcuni, rassicurati dalla presenza settimanale del Premier in Tv come in una sorta di romanzo distopico o uronico.<br>E allora forse, perché no, riaccendo una radio immaginaria, mi siedo sulla sedia che durante la quarantena mi ha cullato nelle ore di solitudine, mi godo il fresco del balcone e ascolto antiche voci narrare un calcio che ora non c&#8217;è più… Tonino Raffa da Reggio Calabria: &#8220;<em>Bonazzoli… il goal di Bonazzoli… Reggina in vantaggio esplode il Granillo</em>&#8220;.<br>E mi perdo nei ricordi di un periodo non collegato.</p><p>Il racconto ha partecipato al contest &#8220;<a href="https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/vicini-e-lontani-e-bookemozioni-dopo-la-tempesta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vicini e lontani &#8211; Emozioni dopo la tempesta</a>&#8221; di Infinito edizioni.</p><div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-2 wp-block-columns-is-layout-flex"><div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%"><blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Mi piace moltissimo una frase che l&#8217;autore cita nel suo testo e cioè l&#8217;espressione &#8220;<strong>mondo sospeso</strong>&#8220;… Anche l&#8217;autore, come me, parla del periodo di lockdown come se fosse stato un breve tragitto in cui abbiamo perso qualcosa di importante. Ognuno di noi nel suo piccolo ha perso molto… ABBIAMO &#8220;PERSO&#8221; PIÙ STANDO FERMI IN QUARANTENA CHE &#8220;VIVENDO&#8221; LIBERI UNA VITA INTERA…&#8221;</p><cite><a href="https://pensieriisconnessi.blogspot.com/2020/10/recensione-vicini-e-lontani-emozioni.html?m=1&amp;fbclid=IwAR0gNeNEIJrCC1lAqXmAQ5IMDKyAoEsmdm1shNVPZaHjVk72tBlN0v8NQ4g" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Germana Trinca</a></cite></blockquote></div>

<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%"><figure class="wp-block-image alignfull size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="340" height="525" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/vicini-lontani-copertina.jpg" alt="" class="wp-image-319" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/vicini-lontani-copertina.jpg 340w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/vicini-lontani-copertina-194x300.jpg 194w" sizes="auto, (max-width: 340px) 100vw, 340px" /></figure></div></div><p>Acquista l&#8217;intera raccolta <a href="https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/vicini-e-lontani-e-bookemozioni-dopo-la-tempesta/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>.</p><ul class="wp-block-social-links is-style-default is-layout-flex wp-block-social-links-is-layout-flex"></ul><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/nel-periodo-non-collegato-riflessioni-in-isolamento/">Nel periodo non collegato: riflessioni in isolamento</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Cenere: ritorno in terra slava ai tempi dell&#8217;isolamento</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/cenere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 14:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Covid19]]></category>
		<category><![CDATA[Isolamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il racconto nasce in pieno lockdown e affronta tematiche a me molto care e usuali, il tema dell&#8217;assenza e del distacco ma anche della dislocazione e la perdita della patria. C&#8217;è una donna amata che muore, una madre e una nonna, e un viaggio quasi impossibile da affrontare in piena quarantena per cercare di tener [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/cenere/">Cenere: ritorno in terra slava ai tempi dell&#8217;isolamento</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il racconto nasce in pieno lockdown e affronta tematiche a me molto care e usuali, il tema dell&#8217;assenza e del distacco ma anche della dislocazione e la perdita della patria. C&#8217;è una donna amata che muore, una madre e una nonna, e un viaggio quasi impossibile da affrontare in piena quarantena per cercare di tener fede alle ultime volontà della donna. Sullo sfondo il dramma dell&#8217;esodo giuliano dalmata, pagina che provoca ancora dolori e imbarazzi nel nostro paese. E un viaggio comunque da fare, che riavvicinerà padre e figlio e terminerà a pochi chilometri dai luoghi in cui la donna è nata. Trieste, che è già Balcani e il suo porto in cui speranze e disperanze hanno trovato transito. </p><p class="has-drop-cap">“Sai che tua nonna avrebbe voluto così”.<br>“Ma papà, con questa situazione è impossibile, come facciamo a superare il confine se non si può uscire neanche di casa?”.<br>“Ma dico, Santo Dio, neanche il rispetto delle volontà degli anziani. Già non l’abbiamo potuta vedere prima di morire, né accompagnarla al cimitero… almeno le sue ultime volontà andrebbero rispettate … è disumano!”.<br>“Disumano è il virus”, il ragazzo china il capo.<br>“No, disumano è l’uomo, figlio mio. Si può restare umani anche in una situazione drammatica. Tua nonna ha sofferto molto nella sua vita, non merita anche questo”.<br>“Papà, nonna è morta, non sente più niente, questa cosa forse riguarda più te. Il mare è uguale dovunque… perché non lo facciamo qui?”.<br>Il padre scuote il capo: “Figlio mio, forse questo è il tuo mare, il nostro ce l’hanno rubato”.<br>Il figlio preferisce non rispondere e guarda fuori dalla grande vetrata. Poca gente per strada, la data fatidica del 4 maggio non ha cambiato di molto le nuove abitudini della gente; si gira ancora con le mascherine, le persone continuano a evitarsi sui marciapiedi, la paura dell’altro è diventata insita nell’individuo.<br>Guarda suo padre abbattuto sul divano, lo sguardo perso nel vuoto, chissà a cosa pensa, forse a quella terra perduta quando era piccolo, che lui ha rivestito di leggenda, o forse a nonna che da allora ha sempre preferito non parlare di quanto avvenuto dall’altra parte dell’Adriatico.<br>Dalla enorme vetrata in alcune giornate terse si vedono quelle terre tanto amate, dal porto di Pesaro ogni estate partono brevi crociere verso le isole della Croazia; si domandò se fosse ancora così.<br>“Papà, tra poco vado al porto e chiedo se ci sono i catamarani per Rovigno. Da lì il paese non dovrebbe essere lontano vero?”.<br>Il padre annuì.<br>Il ragazzo dopo qualche minuto uscì di casa. Era bello essere fuori casa nonostante quella maledetta mascherina che impediva quasi di respirare e in molti casi di riconoscere le persone che ogni tanto s’incrociavano a testa bassa.<br>In pochi minuti arrivò al porto di Pesaro. Aveva già preso il catamarano per le isole croate che si trovano davanti all’Istria, la terra natale della nonna, e una volta da Rovigno era andato in taxi verso il piccolo villaggio dove l’anziana aveva vissuto i suoi anni migliori ma anche i suoi più grandi dolori.<br>Non lo aveva mai detto a nessuno, però. “Buon giorno, partono ancora le barche verso la Croazia?”. Il ragazzo lo guarda come fosse un marziano: “Scusi ma secondo lei con tutto quello che è successo, ci sono persone che vogliono fare la gita di un giorno nelle isole con mascherina, amuchina e plexiglas?”.<br>C’era tanta comprensibile amarezza nelle parole del ragazzo; una stagione persa, e forse neanche l’ultima, un virus che comunque per chissà quanto sarebbe rimasto a dettare i tempi della ripresa.<br>“Quindi l’unica soluzione è andare in macchina”.<br>“Penso proprio di sì. Il problema è che… beh lo sa… in teoria non si può uscire dalla regione, figurarsi attraversare un confine… a meno di non pagare un tassista accomodante”.<br>Suo padre non avrebbe mai accettato questa soluzione, pensò tra sé il ragazzo, non avrebbe mai rischiato.<br>Tornato a casa, trovò suo padre intento a guardare nel vuoto, verso un punto imprecisato dell’orizzonte; avrebbe voluto abbracciarlo, ma gli uomini non piangono e non si abbracciano. Adesso poi, pensò, non si abbracciava più nessuno.<br>“Papà, proviamo a partire in macchina? Vediamo dove riusciamo ad arrivare, magari arriviamo a Trieste e lì spargiamo le ceneri in mare… in fin dei conti, Trieste è anche terra slava no?”.<br>Il padre non accennò a una reazione, ma si voltò verso il figlio, le guance rigate di lacrime: “Come vuoi tu, figlio mio”.<br>La sera del giorno successivo, consumata una frugale cena, si misero in viaggio verso Trieste.<br>Guardò il padre che da poco si era addormentato, i segni della mascherina sul volto reclinato verso il vetro della macchina: sembrava davvero stanco, vinto, come lo era stata la nonna negli ultimi giorni di vita.<br>Disumanità, solo quello aveva visto in quei giorni: una disumanità non voluta ma necessaria che aveva scavato solchi profondi nelle persone. Le città erano i luoghi più tristi con i loro spazi vuoti, serrande ancora chiuse, altre che non avrebbero più riaperto. Nonostante quanto dichiarassero i politici e gli esperti, aveva vinto il virus.<br>Superata Mestre, ancora più triste che in altri tempi, presero la strada verso Trieste.<br>Era ancora l’alba quando arrivarono nella zona del porto. Svegliò il padre e si avviarono verso il pontile che dà direttamente sul mare, lo stesso mare che bagna anche le coste slovene e croate.<br>Per la prima volta pose un braccio sulle spalle del padre, lo sentì singhiozzare. Insieme aprirono l’urna e iniziarono il rituale. Il sole iniziò a sorgere fregandosene di un altro giorno di silenziosa passione per gli uomini.<br>Le ceneri della nonna volarono nel vento e si depositarono nel mare ritornando a essere parte di una storia secolare.<br>E fu silenzio, come diceva Amleto.</p><p>Il racconto ha partecipato al contest “<a href="https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/il-prima-e-il-dopo-e-bookun-diario-letterario-collettivo-ai-tempi-dellisolamento-forzato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il prima e il dopo – Un diario letterario collettivo ai tempi dell’isolamento forzato</a>”</p><div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/il-prima-e-il-dopo-copertina.jpg" alt="" class="wp-image-335" width="170" height="256" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/il-prima-e-il-dopo-copertina.jpg 340w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/il-prima-e-il-dopo-copertina-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 170px) 100vw, 170px" /></figure></div><p>Acquista l&#8217;intera raccolta <a href="https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/il-prima-e-il-dopo-e-bookun-diario-letterario-collettivo-ai-tempi-dellisolamento-forzato/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/cenere/">Cenere: ritorno in terra slava ai tempi dell&#8217;isolamento</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Tardor &#8211; autunno</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/tardor/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 18:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Maiorca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Tardor (autunno)&#8221; ambientato nella Maiorca dei primi anni &#8217;90 fa parte dell&#8217;Antologia dei racconti selezionati per il premio &#8220;Scrivendo&#8221; 2019 a cura dell&#8217;editrice Kubera. Una delicata storia sulla scoperta dell&#8217;amore da parte di tre adolescenti Giner, Nuria e Aisha, sullo sfondo della meravigliosa Serra de Tramuntana. A fare da colonna sonora un nuovo sound che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Tardor (autunno)&#8221; ambientato nella Maiorca dei primi anni &#8217;90 fa parte dell&#8217;Antologia dei racconti selezionati per il premio <a href="http://www.kuberaedizioni.it/prodotto/antologia-scrivendo-racconti-2019/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&#8220;Scrivendo&#8221; 2019</a> a cura  dell&#8217;editrice Kubera. Una delicata storia sulla scoperta dell&#8217;amore da parte di tre adolescenti Giner, Nuria e Aisha, sullo sfondo della meravigliosa Serra de Tramuntana. A fare da colonna sonora un nuovo sound che in quegli anni chiamavamo Grunge ora Seattle Sound. Con dedica a Chris e Chester che spero dall&#8217;alto dei cieli possano benedire questa piccola storia d&#8217;amore, di musica e amicizia.<br>Per i Kindle la lettura della raccolta è gratis (vedi <a href="https://www.amazon.it/Scrivendo-Racconti-2019-AA-VV-Autori-ebook/dp/B082WGC4BG/ref=sr" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>).<br>Fatemi sapere se vi è piaciuto questo omaggio a un&#8217;isola che rimarrà sempre nel bene e nel male nel mio cuore. Buona lettura!</p><p class="has-text-align-right"><em>A Chris e Chester<br>spero siate nella luce<br>e possiate benedire<br>questo piccolo lavoro</em></p><p class="has-drop-cap">Giner… mentre è su uno scoglio e guarda il mare avvolto nell’asciugamano dopo un tuffo…<br>Giner… con il suo mondo a parte… così diverso da noi a volte così lontano…<br>Giner… che ora si volta e mi guarda con quegli occhi meravigliosi, colmi del mare e della sua malinconia, specchio di una dolcezza unica ed indimenticabile.<br>Giner… che chissà, già quel giorno aveva pensato a tutto o che forse tutto ha improvvisato.<br>Giner… che sapeva amare anche se non era facile.<br>Giner… che già allora aveva capito tutto di me anche se con dolore ma aspettava che io capissi.<br>Giner… che era troppo maturo per i suoi anni e per noi che ancora guardavamo all’estate come la stagione del risveglio e degli amori.<br>Giner… che amava l’autunno… <em>Tardor</em> come viene chiamato dalle nostre parti… nella nostra amata lingua. Giner che amava i colori tenui, le foglie che cadono e crepitano sotto i piedi, le giornate che si accorciano e lasciano spazio a notti più lunghe.<br>Giner e la sua chitarra e i suoi poeti maledetti.<br>Era estate, quasi la fine in realtà, il mondo cambiava e senza neanche minimamente comprenderlo, saremmo cambiati anche noi.<br>Nessuno lo aveva capito naturalmente, nessuno tranne Giner che era oltre il nostro tempo.</p><p>Aisha è la mia migliore amica, insieme a Giner è da sempre parte del mio piccolo mondo.<br>Li guardo mentre fanno finta di litigare, con lei Giner ride con più facilità, con me è sempre molto cupo, fin troppo profondo.<br>Chi è il vero Giner?<br>E’ forse colpa mia? Lo metto a disagio?<br>Aisha ha un nome arabo, suo padre è marocchino, è bella, pelle scura, capelli ricci nero corvino, gli occhi chiari, penso che abbia dietro mezzo liceo e sembra più grande di quel che è.<br>Ora che la scuola è finita cosa farà la mia amica Aisha?<br>Cosa farò io?<br>E Giner? Lui vuole andare a Barcellona, all’Università, perché li si fa musica sul serio, non come a Maiorca.<br>Giner e la sua musica.<br>Tenta spesso di spiegarmela, ma io non ne riesco a comprendere la profondità, la differenza.<br>Lui e Aisha mi prendono in giro, dicono che non posso continuare ad ascoltare cantanti come Josè Feliciano.<br>Poi però Aisha mi ha confessato che neanche lei riesce bene a comprendere molto la bellezza di questa nuova musica, ma non glielo dirà mai, perché è fatta così, solare, bella, ma soprattutto sensibile, incapace di fare del male.<br>Incapace di farti del male.</p><p>E io sono Nuria, di padre e madre maiorchini, di generazione di maiorchini. Sono una ragazza che gli altri definiscono timida anche se qualche ragazzo mi ha considerata bella tanto da spingersi fino a baciarmi durante qualche festa.<br>Cosa sogna Nuria?<br>Vorrei restare qui dove tutto è chiaro, semplice, lineare, dare una mano ai miei sulla terra a picco sul mare, qualche festa d’estate, un vero amore se esiste, cose normali, magari banali, non so se voglio davvero continuare a studiare.<br>Banyalbufar è il mio mondo, il mare che vedo dalla finestra della mia stanza è il mio amore, miei sono gli aranci che tocco al mattino prima di fare colazione. Mio è quell’olivo che è cresciuto con me.<br>Sono davvero pronta a lasciare tutto questo?<br>Aisha e Giner forse andranno via, sarò capace di seguirli?<br>Stasera ha fatto buio presto, l’estate sta finendo, tra poco sarà l’autunno… <em>Tardor, Reverera, Primavera d’hinvern, Santmiquelada</em>, quale lingua possiede nomi così belli per dire autunno?</p><p>Stasera andiamo a vedere un concerto.<br>Giner ci tiene così tanto, ha convinto Aisha a farsi prestare la macchina dal padre, andremo a Palma.<br>Andremo in un nuovo locale, il Tunnel mi sembra o La Gruta non ricordo bene.<br>Giner suonerà con il suo gruppo, ancora non ho capito se si sono dati un nome o si presenteranno ancora con quel nome provvisorio… MONOS. E se il nome del gruppo di Giner è quanto mai inusuale, aspettate di sentire gli altri più famosi: <em>Los Fresones Rebeldes</em> ad esempio o <em>El Fantastico Hombre</em> <em>Bala</em> con il famoso album <em>Carne de Ataud</em>, per non parlare di un gruppo il cui nome è tutto un programma… gli <em>Sperm</em>.<br>Stasera comunque finalmente sentiremo un po’ di questa nuova musica, la chiamano Grunge. Già il nome non mi sembra promettente, sembra una specie di grugnito.<br>Aisha come al solito non sta più nella pelle, per lei ogni occasione è buona per fare festa, anche quando non è invitata.<br>E’ una forza della natura, alcune volte penso che lei e Giner siano destinati a stare insieme. Solo con lei Giner ride.<br>Ma so che non potrà essere così, almeno per ora, perché so per chi batte il cuore di Giner, e questo spesso mi fa male, perché io non so per chi batte il mio.<br>Giner, stasera pensa solo a te alla tua musica, io ci sarò per te, ma non so se alla fine ti abbraccerò come tu vorresti, lo sai come sono… quella volta che mi hai baciato sotto l’olivo, il mio olivo… io sono scappata quasi fosse stato un sacrilegio. Non posso dire che il bacio non mi sia piaciuto, che non mi abbia battuto forte il cuore ma…<br>Aisha è convinta che stasera Giner farà la storia.<br>Dice che sono gli unici nell’isola a fare Grunge.<br>A me scappa un sorriso, i suoi occhi incontrano i miei nello specchio retrovisore e per un attimo mi sento in pace.<br>Arriviamo a Palma, la bella e solare capitale della nostra isola fortunata. Se pensate alla luce pensate a Palma, se pensate ai colori pensate alla città che si specchia nel mare, alla Cattedrale dove la luce gioca con l’ocra dei suoi mattoni, ai bar, ai ristoranti, al <em>pa amb oli</em>, al fritto maiorchino, alla birra e al vino.<br>Il locale dove suonerà Giner è tutto il contrario di Palma, è fumoso, buio, fa caldo, troppo, ragazzi vestiti con camicie che sembrano tovaglie chiacchierano tra una birra e l’altra.<br>Mi sento in imbarazzo e fuori posto, mi capita quasi sempre alle feste, meno male che la mano di Aisha mi tiene e mi trasporta in mezzo a questo rumore.<br>Mi sento protetta, lei mi guarda e sorride, non essere tesa, mi dice, ma io non sono tesa, sono semplicemente fuori posto.<br>Poi tre ragazzi salgono sul palco e la musica inizia, con Giner alla chitarra che scuote la testa e fa volare sul volto i suoi capelli scuri, la sua voce cupa e straziante, quello che cantano, mi dicono, è un successo di questo nuovo gruppo… i Nirvana.<br>Mi lascio portare dalla musica e guardo Giner, potrebbe sembrare che io sia rapita, in realtà lo guardo e penso, resta qui, con noi, sull’isola, nessuno ti farà del male.<br>Poi chiudo gli occhi e seguo il ritmo cupo e quasi mi sembra di essere in quel… Nirvana.<br>Apro gli occhi ed è tutto finito, il tempo di quattro canzoni.<br>Giner che scende dal palco con i suoi amici… qualche stretta di mano, pacche sulle spalle, arriviamo noi… Aisha lo scuote e lo bacia sulle guance.<br>E poi ci sono io che faccio quello che non mi sarei mai aspettato di fare, lo abbraccio forte fino a sentire il suo cuore battere. Giner ha lo sguardo di chi è stupito, contento, confuso, faccio fatica a staccarmi da lui. E’ successo qualcosa, si è creato un legame, un legame indefinibile.<br>Qualcosa di imprescindibile.</p><p>Sul finire di quell’estate calda e piena di colore, ci fu una novità che portò una sorta di turbamento nella quieta quotidianità della nostra <em>Finca</em>.<br>Per la prima volta nella storia, una parte della nostra proprietà venne affittata ad una famiglia di tedeschi.<br>Mio padre era stato chiaro: “Un’entrata extra non sarebbe male, per investire su nuove tecnologie… per Nuria se volesse andare via”.<br>Quando pronunciò quelle parole: “ se volesse andare via…” mi trovai in forte difficoltà.<br>Mio padre, dunque, aveva dei progetti su di me, progetti di cui non mi aveva mai parlato e forse mai ne avrebbe parlato.<br>Ma di sicuro non erano i miei, il mio ultimo pensiero era lasciare l’isola, dove avevo tutto.<br>Comunque sia, in un giorno di fine Agosto, in quelle giornate che sanno già di Settembre e in cui l’aria è frizzante e ti invita a chiudere gli occhi e gustare il sale che riempie l’aria, arrivarono i tedeschi.<br>Li vidi arrivare, li accolsi, consegnai loro le chiavi della piccola casetta in pietra che si trovava distante pochi decine di metri da casa nostra e osservai Karl come si osserva qualcuno che si sente completamente estraneo alla vita quotidiana.<br>Qualche giorno dopo, però, l’avrei guardato con occhi decisamente diversi.<br>Salutati i tedeschi scesi a piedi verso la Cala Banyalbufar e mi fermai a guardare il mare, mosso e gonfio.<br>Non aspettavo nessuno, ma mi accorsi ben presto di non essere sola.<br>Mi voltai verso le rocce ma non riuscii a capire chi fosse sceso fino alla cala e ancora adesso non lo so.<br>Ma fu come un presagio, una sensazione di freddo improvviso nelle ossa e la necessità di un abbraccio.<br>Poco dopo Aisha mi raggiunse e mi avvolse in un lungo e caldo abbraccio quasi come se sapesse, quasi come se avesse previsto il freddo del presentimento.</p><p>Un mattino, i primi di settembre, mio padre mi chiamò.<br>La presenza dell’<em>Abuela</em> presagiva una riunione di famiglia.<br>Da quando mia madre non c’era più, il ruolo della nonna all’interno del nostro tessuto familiare era divenuto sempre più rilevante. Non aveva mai tolto il lutto.<br>Mi sedetti sul divano, mio padre si sedette davanti a me e iniziò: “ Nuria… è settembre…”<br>Io sorrisi: “ Lo so papà… dopo Agosto c’è sempre Settembre e poi… Tardor…”<br>Mio padre scosse il capo ma divenne subito serio: “Sai cosa voglio dire…”.<br>Abbassai il capo: “Papà io non so se voglio andare via, potrei fare l’Università qui a Palma, e poi forse chissà e se volessi restare per sempre qui?”<br>“Non seguirai Giner a Barcellona? Credevo ci fosse qualcosa tra voi…”<br>“Papà”, rimasi sorpresa, mio padre forse vedeva oltre.<br>“E Aisha che farà?”<br>“Uhm… ancora non ha deciso… forse resta anche lei qui…”<br>Mio padre divenne pensieroso, poi si voltò verso la finestra, fu allora che l’Abuela parlò: “Figlia mia sei sicura che il tuo destino sia tra queste terre e questo mare?”<br>“Su questo non ho alcun dubbio…”<br>Si alzò e venne verso di me, si avvicinò quasi ad abbracciarmi e si chinò segnandomi con la croce “… che tu sia benedetta … “.<br>Mio padre mi venne incontro, negli occhi poche lacrime: “Mamma sarebbe orgogliosa, ma se decidi di cambiare idea… hai una vita davanti … noi passeremo figlia mia…”<br>Fui tentata di abbracciarlo, ma non lo feci, questa maledetta difficoltà nel trasmettere e ricevere affetto.<br>Come a stemperare la tensione mi disse: “ C’è quel ragazzo… Karl, sta sempre solo penso che abbia bisogno di un amico… magari tu Giner e Aisha lo potreste portare con voi”.<br>Annuii, mi voltai verso la casetta di pietra e lo vidi intento a lanciare sassi contro una staccionata.<br>Fu in quel momento che mi accorsi di quanto fosse bello Karl.</p><p>In quel pomeriggio fin troppo caldo di Settembre, portai Karl a fare un giro in alcuni paesini della Tramuntana.<br>Il vento ci scompigliava i capelli, mentre, percorrendo la strada panoramica, facevo conoscere a Karl alcuni dei paesi più belli dell’isola: <em>Deià</em> dove visse il grande scrittore Graves, <em>Soller</em> e il suo porto, e soprattutto il piccolo paese di <em>Fornalutx</em>, che, quasi invisibile incastonato in una valle, racchiuso tra due crinali di monti, produce le migliori arance di Maiorca.<br>Fu proprio mentre sorseggiavamo un buonissimo succo d’arancia che mi sentii per la prima volta nella vita sollevata, leggera, come se di fronte a quel biondino tedesco le mie difese e paranoie fossero crollate.<br>Forse dipendeva anche dal fatto che ero certa che la sua presenza nella mia vita sarebbe stata breve e quindi potevo correre il rischio di aprirmi con lui, essere leggera, e chissà, magari provare qualcosa che non fosse bloccato da mille retro pensieri.<br>Con questo stato d’animo leggero, nel pomeriggio incontrammo Aisha e Giner, e appena li vidi capii che questa leggerezza era destinata a svanire.<br>Per un qualche motivo a me poco comprensibile allora, sembravano entrambi “gelosi” di questa mia “apertura” a Karl, del fatto che mi presentassi a loro così “leggera”, simpatica, allegra.<br>Più di tutto mi sorprese il distacco di Aisha, mentre, diciamo, che da Giner me lo aspettavo, dati i suoi indefiniti sentimenti nei miei confronti.<br>Ci fermammo a bere qualcosa nella piazzetta di Valldemossa, il paese nella cui Certosa avevano vissuto un tempo breve Chopin e George Sand, l’atmosfera era strana, Aisha e Giner sembravano quasi sospesi in attesa di capire cosa ci fosse dietro quel cambiamento.<br>Col passare delle ore però, l’atmosfera si rilassò e Karl e Giner finirono per parlare di musica e cinema, Aisha invece continuò ad evitarmi.<br>Ad un certo punto della serata le passai le braccia attorno al collo come avevo fatto centinaia di volte e cercai di stringerla a me, per farle capire che nulla era cambiato. Ottenni però da lei solo questa risposta: “Sono felice di vederti finalmente felice…”.<br>Mi allontanai, sentivo il suo distacco, la sua resistenza.<br>Giner venne verso di noi, ci guardò e con le mani spalancate disse: “<em>Chicas que tal?</em>”.<br>Aisha si alzò e si allontanò dal gruppo: “<em>nada… todo bien…. Tambien todo esto pasarà…</em>”<br>Tra mugugni e qualche risata terminammo la serata guardando il tramonto a Cala Estellencs, Karl furtivamente mi sfiorò la mano più volte, lasciai fare.<br>Non so se Aisha e Giner se ne accorsero, ma per la prima vota notai che avevano trovato qualcos&#8217;altro che li legava sempre di più, e in qualche modo anche se in modo sbagliato, ero io.<br>La sera, prima di rincasare, accompagnai Karl alla casetta di pietra, e proprio sotto il mio olivo, come se quel luogo esercitasse un’attrazione sensuale, Karl mi baciò, e questa volta non mi ritrassi, anzi risposi al bacio con passione e trasporto, lasciandomi per la prima volta, andare.<br>Mentre tornavo verso casa mi resi conto che questo Tardor non sarebbe stato come tutti i precedenti e che avrebbe segnato il passaggio dall’età dell’innocenza all’età del turbamento e della separazione.<br>L’età in cui tutto sembrava chiaro, l’età delle certezze, moriva quella sera, sotto l’olivo, e andava oltre ciò che sarebbe davvero successo tra me e Karl.<br>L’equilibrio era spezzato, ma il tempo avrebbe portato ad un nuovo equilibrio, non per questo meno perfetto.<br>Crollai sul letto, sulle labbra il sapore di Karl, lo sognai, sognai le sue mani su di me, il suo corpo muscoloso e scoprii di avere una voglia indescrivibile di averlo accanto.</p><p>Quel che accadde nei giorni successivi, somigliò ad una sorta di pace armata, un tentativo almeno apparente di lasciare stare, perché tanto di lì a poco Karl sarebbe andato via e tutto sarebbe ritornato a posto, o quasi.<br>Giner aveva deciso comunque di seguire la musica e sarebbe andato a Barcellona, ma questo potevo solo supporlo, perché da qualche giorno non parlavamo più molto.<br>Una sera, poi, mentre tornavamo da una gita, vidi Aisha e Giner semi nascosti dietro un oliveto, parlavano tenendosi teneramente la mano.<br>Aisha aveva il capo chino sul suo petto e lui le carezzava i capelli, ad un certo punto la portò verso di se e l’abbracciò a lungo.<br>Cosa stava succedendo tra loro? Era sbocciato l’amore, oppure era altro, e poi, perché mi faceva male?<br>Io avevo Karl e lui aveva me, mi aveva avuta anche fisicamente e completamente qualche sera prima. La mia prima volta, a Cala Estellencs alla luce delle stelle nascenti, tra rocce secolari. Ed era stato bellissimo.<br>E allora perché mi faceva male? Era perché li stavo perdendo?<br>I giorni passavano veloci, Aisha e Giner proposero di organizzare un falò di inizio autunno nella spiaggia simbolo di Maiorca, la sabbiosa e caraibica Es Trenc.<br>La cosa mi sorprese, erano stranamente rilassati o almeno così facevano intendere.<br>Preparammo tutto e partimmo con il<em> todo terreno</em> verde di papà, lasciammo la macchina a <em>Ses Salines</em> e poi ci incamminammo verso la spiaggia.<br>Non eravamo stati gli unici ad avere avuto l’idea del falò e piccoli fuochi s’intravedevano sulla lunga e bianca striscia di sabbia.<br>Ci sistemammo, accendemmo il fuoco e Giner iniziò a suonare la sua musica, ma non solo. Lo osservai mentre suonava deciso, mentre io cercavo la mano di Karl e Aisha guardava il fuoco persa in chissà quali lontani pensieri.<br>Poi d’improvviso proprio Aisha sembrò quasi ridestarsi e sorridendo maliziosamente propose: “Ragazzi… probabilmente è l’ultima notte del <em>veranito</em> e chissà quando staremo ancora così insieme… perché non la rendiamo un po’ folle?… dai, facciamo il bagno nudi…”.<br>Tutti ridemmo imbarazzati all’idea di Aisha, ma dai suoi gesti fu chiaro che era decisa a farlo, si tolse la maglietta, poi lo short, poi fu la volta del bikini, i suoi seni piccoli e perfetti risaltarono alla luce del falò, con i suoi capezzoli eretti.<br>Poi con la grazia di una modella, si sfilò anche la parte di sotto e ci sfidò ridendo indicandoci uno per uno.<br>Karl fu il primo a seguirla, io e Giner ridendo sempre più imbarazzati ci mettemmo molto di più.<br>Giner mi guardò mentre mi spogliavo con timore e vergogna, era la prima volta che mi vedeva completamente nuda e anche per me era lo stesso. Ridemmo imbarazzati, poi mano nella mano, ridendo e urlando ci tuffammo nel mare.<br>Fu un momento magico e divertente allo stesso tempo, le piccole onde ci sballottavano l’uno contro l’altro, portando alla condivisione di tocchi e sfioramenti più o meno proibiti.<br>Ad un certo punto, finimmo per separarci e li accadde qualcosa che avrebbe reso ancora più strano e intrigante quell’inizio di Tardor, qualcosa di incomprensibile, d’imprevedibile.<br>Terminammo la serata restando nudi avvinghiati l’uno all’altro, coperti solo dal telo che avevamo portato per la notte. Non accadde nulla di sessualmente rilevante, restammo semplicemente uniti in un abbraccio sensuale e tenero.</p><p>La luce del mattino ci colse impreparati, fui la prima ad alzarmi e a cercare conforto nel mare.<br>Attesi che si svegliassero gli altri, l’atmosfera era quella della fine di un tempo piccolo che sta per divenire terribilmente grande.<br>Nessuno di noi avrebbe potuto, allora, presagire cosa sarebbe accaduto a tutti noi di lì a poco.<br>C’era un gioco di sguardi incrociati che rendeva chiaro e confondeva al tempo stesso la realtà.<br>Giner si sedette sulla riva e iniziò a suonare, mi avvicinai per la prima volta a lui dopo alcune settimane, parlammo e gli chiesi: “Allora sei davvero deciso ad andare via?”.<br>Giner smise di arpeggiare la chitarra e guardò verso il mare: “Si… cosa c’è per me qui? Non fraintendermi Nuria, tu per me sei importante e sempre lo sarai, lo sai… Aisha è parte della mia vita da sempre… ma le strade stanno per dividersi, lo senti anche tu vero?”<br>Annuii: “Ma ti dimenticherai di noi?”.<br>Giner si voltò verso di me, gli occhi umidi: “ E come potrei farlo, abbiamo vissuto in paradiso e voi due siete i miei angeli…”.<br>Posai il capo sulla sua spalla e chiusi gli occhi, com’era forte e debole il nostro Giner.</p><p>Il primo ad andar via fu Karl, com’era prevedibile. Ci salutammo tutti alla casa di pietra.<br>Aisha e Giner lo salutarono con affetto, quella notte in spiaggia aveva smussato gli animi, lo accompagnai però da sola all’Aeroporto, dovevo dirgli Addio.<br>“ E così vai via… non ci vedremo più ?”<br>Karl sorrise: “Chissà la vita è piena di sorprese ma non so… quel che è successo qui è stato unico… imprevedibile e poi come si dice… quel che succede a Maiorca rimane a Maiorca… “ .<br>Ridemmo all’unisono lo baciai per l’ultima volta, Karl fece per andar via, poi ritornò sui suoi passi: “ E poi sono certo che tu sai già con chi vivrai la tua vita… segui il tuo cuore… lasciati andare come hai fatto con me”.<br>Un ultimo bacio e l’addio.<br>Sola, con il suo sapore ancora sulle labbra pensai: “Seguire il mio cuore ? Davvero dovrei seguirlo? E cosa dice veramente? Ho appena lasciato il ragazzo che ho amato per un mese e il mio cuore è già pronto nuovamente ad amare? O… lo è pronto da sempre? … Che casino…”.<br>Presi la macchina e iniziai a risalire verso Banyalbufar, mentre mi passava tutto davanti come un film, ogni scena dell’ultimo mese e ad un certo punto fui costretta a fermare la macchina e a scendere, il fiato corto, il cuore a mille.<br>Quand’è che avevo sentito veramente le famose farfalle nello stomaco? Si con Karl era stato intenso, sensuale, unico ma…<br>Mi mancò il fiato, quasi svenni e finalmente capii, ma forse da tempo già sapevo ma non potevo ammetterlo.<br>Era tempo di altri addii e di legami imprevedibili.</p><p>Verso la fine di Ottobre Giner iniziò a preparare il suo viaggio.<br>Decise di partire in nave perché aveva con se tutta la sua strumentazione.<br>In una fresca serata autunnale, i MONOS tennero l’ultimo emotivo concerto in un Club di Palma, rividi di nuovo Aisha e Giner nelle braccia l’uno dell’altra, lui quasi piangeva sulla sua spalla, provai una fitta all’altezza dello stomaco, negli ultimi tempi ero tornata a chiudermi nelle cose d’amore, cercando di ammettere ciò che mi era difficile accettare.<br>Comunque sia i giorni passarono tra turbamenti e attese, alla fine accompagnammo Giner al porto, lo salutammo piangendo, lo abbracciammo, gli sussurrai di seguire la sua idea la sua musica.<br>Aisha lo abbracciò a lungo: “Torna presto fratello mio… non lasciare questo luogo a lungo privo della tua presenza…”<br>Fratello mio disse, e il mio cuore quasi rallentò e poi riprese, ecco che apparve un primo accenno di luce nella confusione dei giorni precedenti.<br>Rimanemmo sole io e Aisha, il viaggio di ritorno fu silenzioso e lungo, entrambe perse nei pensieri più reconditi.<br>Accompagnai Aisha a casa, mi salutò appena, i suoi occhi erano annegati dalle emozioni.<br>La vidi andare via, e allora finalmente capii che tutto era chiaro e in un certo qual modo anche doloroso.</p><p>La luna si specchiava nel mare, giochi d’acqua tra noi, un’onda e per pochi minuti restiamo divisi.<br>Quasi collidiamo, poi ci alziamo ridendo, ho il suo viso a pochi centimetri dal mio, la sua bocca che si apre i suoi occhi davvero poco sorpresi.<br>I suoi occhi chiari, i suoi capelli corvini, il cuore quasi si ferma, le lingue si incastrano vorticosamente, in un attimo la mia mano finisce sul suo piccolo seno, sento le sue mani cercare il mio sesso, muoversi per pochi attimi infiniti dentro di me.<br>Porto indietro il capo, un gemito, poi ancora un’onda ci separa e ci ricongiunge con gli altri e… non è mai successo.<br>Aisha, Aisha, Aisha….</p><h3 class="wp-block-heading">Due anni dopo</h3><p>Con la zappetta cerco di eliminare la gramigna stando attenta a non rovinare i piccoli germogli, cerco, così, di tenere separato il bene dal male.<br>Le cose sembrano andare bene adesso, c’è voluto un po’ ma alla fine mio padre anche grazie all’Abuela ha accettato di avere una figlia in più.<br>L’Abuela purtroppo se n’è andata via lasciando un vuoto difficilmente colmabile.<br>Ma ora c’è lei, che sale sulla collina trafelata, con i riccioli al vento.<br>Aisha, sale in modo forsennato, come in preda ad una possessione.<br>“<em>Mi amor…</em>” la chiamo salutandola.<br>Alza gli occhi verso di me, mentre mi raggiunge ansimante, sono pieni di lacrime e non c’è bisogno di parole: “ No Giner no…”.<br>E il mondo crolla di nuovo.</p><h3 class="wp-block-heading">Altri anni dopo </h3><p>Non mi sposto molto dall’isola, questo non è cambiato nel tempo, nonostante molte cose siano davvero state stravolte.<br>Io e Aisha adesso abbiamo una fattoria, una bimba che ha i capelli corvini della mamma e Aisha è sempre più presa dal suo ruolo di genitore. Finalmente tutto sembra aver raggiunto un suo equilibrio pur nell’alternarsi di gioie e dolori.<br>Il giorno in cui Giner è andato via ed è stato sepolto nel cimitero degli artisti di Barcellona, io non c’ero, non ero riuscita a superare quel braccio di mare che separa la mia isola dalla capitale catalana.<br>Non potevo accettare che avesse deciso di fare quella scelta come aveva fatto quel suo tanto amato cantante.<br>Per lungo tempo ho quasi odiato Giner, e soprattutto il Grunge o Seattle sound com’è conosciuto adesso.<br>Ma negli anni i testi di questi poeti mi hanno sorpresa e colpita, ed era chiaro che prima o poi sarei riuscita a trovare il coraggio per andarlo a trovare.<br>E così complice una fiera a Barcellona ho preso uno dei CD che Giner amava e sono andato alla ricerca del suo memoriale.<br>E ora sola davanti a quel che resta di lui, nella testa canto e ricanto un verso di una meravigliosa canzone: “<em>Come una pietra ti aspetterò, e io attendo il giorno che ci sarà di nuovo concesso di vederci</em>”.<br>Squilla il telefono, sorrido, è la mia Aisha.<br>“Mi amor, proprio non riuscirai ad immaginare dove sono adesso…”<br>Sento la sua voce turbata, spezzata: “dicono che sia morto Chris Cornell …”<br>Attacco di colpo e di nuovo nella mente il ritornello della canzone che ora sussurro al tuo cenere muto: “<em>In my eyes</em>…”.<br>E ad un tratto tutto diventa liquido e avrei bisogno di un abbraccio.<br>E le domande vanno e vengono, si susseguono nella mia mente e capisco che davvero quello di cui abbiamo bisogno è amore e solo amore.<br>E allora perché tutto questo buio, perché Giner? Cosa ti mancava empatico fratello mio? Non avevi anche tu una luce? Come da anni mi ripeto dentro di me con paura di darmi la risposta, sono stata io a spingerti nel buio?<br>E tu Chris ? Cosa mancava ora alla tua vita?<br>Il cellulare suona ancora, è Aisha nuovamente, prendo il fiato: “<em>Hola mi amor… estoy de vuelta… esperame siempre… mea luz…</em>”.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/tardor/">Tardor &#8211; autunno</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>La prima estate senza di te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jul 2018 00:22:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaeta]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/la-prima-estate-senza-di-te/">La prima estate senza di te</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Gaeta, riviera di Ponente, un cancelletto si apre sulla spiaggia e il sale e il mare portano al cuore i ricordi di un meraviglioso mondo a parte dove da pochi mesi manca una parte essenziale. Fine anni ottanta del novecento, l&#8217;incontro tra differenti modi di vivere. Tre comunità quelle dei vacanzieri romani e napoletani e quella dei &#8220;marocchini&#8221; che imparano l&#8217;arte della convivenza e del rispetto giorno per giorno. La fortuna di aver vissuto questo tempo piccolo, nel ricordo di chi è andato via.</p></blockquote><p>Era la prima estate senza di te, caro zio, che eri divenuto con il tempo tutt&#8217;uno con quei luoghi, quasi a divenirne lo stesso spirito, la stessa anima. Da quando sei volato via sento in me la necessità di tenere vivo sempre di più il tempo passato insieme, in una piccola comunità che ha conosciuto la fortuna di avere un legame forte con il mare e con la vita. Il tuo spirito è nelle pietre della nostra casetta, nella sabbia che il mare modella ogni giorno incessantemente.</p><p class="has-text-align-right"><em>A mio Zio Enzo</em><br><em>Ad Alberto</em></p><p class="has-drop-cap">Il cancelletto di legno fatica ad aprirsi, il chiavistello è corroso dal sale del mare, è necessario un deciso colpo di martello perché ceda. Ma l’impresa vale il premio, perché superata una piccola duna, lo spettacolo che ci si pone dinanzi è di quelli indimenticabili, un mare verde e azzurro che sembra uscire da una cartolina proveniente dai caraibi, un cielo così celeste da essere difficile da dipingere.<br>Ma non siamo ai Caraibi, fortunatamente e direi orgogliosamente ci troviamo sulla Riviera di Ponente tra Gaeta e Sperlonga, ma in pieno territorio gaetano, una delle spiagge più belle del sud pontino, che spesso, però, pochi conoscono o apprezzano davvero.<br>Mentre chiudo gli occhi e assaporo il sale del mare non posso non pensare che questa sarà la prima estate senza di te, la prima estate in cui non t’incontrerò al mio arrivo, la prima estate in cui non mi prenderai bonariamente in giro, in cui non parleremo del mare che si sta mangiando la spiaggia o dell&#8217;essenziale bellezza di una vita passata a due passi dal mare.<br>Un amico che, come te, aveva scelto di vivere sempre con il mare al suo lato, al mattino, al risveglio, guardando l&#8217;oceano iniziava la giornata con una frase che avresti potuto pronunciare anche tu: “Proprio non riesce ad andare male”. Quanto mi manca anche lui, con la sua barba bianca e la sua bonaria saggezza.<br>La prima estate senza di te e non sembra vero, perché il tempo qui, sembrava davvero sospeso, sembrava davvero non dovesse passare mai, un’eterna estate, come quelle dell’adolescenza. Ed invece, la tua assenza è il segno inconfutabile che quella stagione è drammaticamente passata e che sarà sempre più difficile, per via delle cose della vita, trovare il tempo per fuggire nel nostro angolo di paradiso.<br>Per noi che siamo nati e vissuti a Gaeta il mare è tutto. Come tutti coloro che nascono davanti al mare, inevitabilmente il mare ce lo portiamo dentro come una benedizione, un’ossessione, spesso come una maledizione, a volte come una malattia.<br>E per noi che fino ai vent’anni e oltre abbiamo passato lunghissime estati con il mare come unico permeabile confine, questa sorta di saudade è ancora più struggente.<br>Conosco una ragazza che, quando si trova di nuovo di fronte al mare, compagno di sempre, dopo una lunga separazione, non può fare altro che tuffarsi direttamente nelle acque con tutti i vestiti tanto è il desiderio di lasciarsi andare nelle braccia dell’amato.<br>Il mare è vita, amore, poesia, incontro, a volte però è anche morte, lacerazione, condanna, e le donne di Gaeta lo sanno bene, sempre in attesa che tornino i propri mariti dal mare, sempre sperando che l’incontro che verrà riuscirà a colmare le mancanze e i turbamenti di una lunga attesa.<br>Gaeta, la mia città natale, il luogo dell’anima dove torno sempre quando ho bisogno di sentirmi primordialmente a casa. Il luogo dove sono le mie radici, dove vivo nelle cose che mi sono attorno. Gaeta con i suoi “due mari”, la città vecchia dove i Borboni hanno resistito dinanzi all’invasore sabaudo fino alla fine, Gaeta che d’estate diventa un brulicare di voci, colori, odori, e che poi gradualmente si spegne in autunno e dorme un lungo letargo in inverno.<br>Gaeta che per me però era quasi sempre piacevolmente lontana nei mesi estivi, perché la mia vita era altrove, in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio in cui la vita aveva ritmi e norme singolari.<br>Alla fine degli anni settanta del secolo scorso, fa strano dirlo, sembra passata una vita, e forse, in effetti, è passata, mia madre e mio zio comprarono un terreno sulla Piana di Sant’Agostino per passarci le estati tutti insieme, piccoli, grandi, parenti, amici, occasionali villeggianti.<br>All’inizio non c’era quasi nulla, neanche una casa di legno, un paio di vecchie roulotte che servivano giusto come riparo e noi bambini che correvamo tra le dune verso il mare mentre i nostri cercavano di rendere vivibile quel pezzo di terra che sapeva di mare.<br>Ho poche foto di quel periodo, anche perché di foto se ne facevano poche, prima del digitale, ma nonostante tutto ci sono immagini che rimangono impresse nella memoria come tatuaggi sulla pelle.<br>In una delle poche foto c’è mia madre che posa con una pala nell’atto di scavare, in altre ci siamo noi cugini che festeggiamo il compleanno di qualcuno, e riemerge dall’archivio qualche foto scattata sulla spiaggia in formazione durante uno degli interminabili tornei di calcio.<br>Eravamo una vera e propria “Grande Famiglia Allargata” in cui tutti si prendevano cura di tutti, senza dar peso a quali fossero i legami di sangue.<br>Con il tempo mio zio e mio padre iniziarono a costruire pietra su pietra una piccola casetta, che è ancora li che resiste orgogliosa al tempo e al sale del mare, che servisse da riparo per l’estate, in modo da lasciare le roulotte dove dormivamo.<br>Quante ore passate a scavare il pozzo da cui estrarre quell’acqua sospesa tra il dolce e il salato, e quante risate, quante incazzature anche e qualche piccolo infortunio, come quando, ad esempio, mio padre venne compito in pieno cranio da un martello. Tutto in qualche modo passava con un sorriso e un buon bicchiere di vino.<br>Col passare dei mesi, degli anni, si venne a formare una sorta di mondo a parte che riviveva come in un dejà vu nei soli mesi d’estate, un mondo fatto di piccole grandi cose, di solidarietà, di notti piene di stelle e mare, un mondo popolato da personaggi che sembravano usciti da un film di Pasolini.<br>A ricordarla adesso questa variegata comunità, mi fa pensare a una di quelle che oggi chiamiamo micro nazioni non riconosciute, inesistenti per la legge ma reali per le persone che vi vivono, Cristiania ad esempio, ma forse ancor di più Akvilia o il Principato di Sealand, il cui territorio è una ex piattaforma e di cui mi pregio di essere cittadino e “Sir”.<br>In estate, soprattutto nei primi anni, dal napoletano e dal casertano intere famiglie si trasferivano sul litorale di ponente per la loro vacanza a mare. Erano per lo più famiglie che non potevano permettersi una vacanza costosa e quindi passavano parte dell’estate in roulotte, tende e, sembra inventato, ma vero, in veri e propri TIR.<br>In un campo affianco al nostro prendeva posto questa variopinta comunità che viveva talvolta di equilibri precari, da una parte la forte comunità campana dall’altra la meno numerosa ma non per questo meno variopinta comunità romana. Tra queste due comunità così diverse, eppure così uguali, si creavano legami che andavano oltre l’estate. Alcune coppie si sono innamorate li tra le dune e le roulotte, altre si sono invece sfasciate per sempre anche in modo drammatico.<br>Eravamo una tribù di cui noi piccoli facevamo parte integrante: non importava di chi tu fossi figlio c’era sempre qualcuno che ti guardava, ti curava, ti faceva sentire parte di una incredibile comunità elettiva.<br>I nomi e i volti di molti si perdono nella memoria, qualcuno ancora adesso viene ancora da noi alla ricerca di un porto salvo, di un luogo che ha un’anima.<br>Quanti personaggi abbiamo incontrato e vissuto: ti ricordi dell’Onorevole, di “Mamma mia aiutami” di Gianfranco, di Titto, Claudio. E di Catapane e i suoi amici?<br>L’Onorevole, lo chiamavano così perché probabilmente era una sorta di politico locale, o forse ancora peggio forse un personaggio rilevante del “contro stato” della provincia di Caserta. Ma questo nel nostro mondo a parte non aveva importanza, L’Onorevole era solo uno di quei tanti personaggi bizzarri che popolavano l&#8217;estate.<br>Come dimenticare, ad esempio, “Mamma Mia Aiutami”. Mai saputo il suo nome, lo chiamavamo così dal tatuaggio che aveva sulla spalla. Solo successivamente avremmo capito che era un tipico tatuaggio che si fanno i detenuti, e che quindi quest’uomo dalla faccia dura e dal corpo segnato, portava con sé chissà quali segni ancor più forti nell’anima.<br>Poi c’erano i romani, Gianfranco e il suo cane che abbaiava solo ai “marocchini”, la moglie con la sua risata contagiosa, e i figli Titto ex giocatore giovanile della Roma fermato da un brutto infortunio, e l’altro figlio Claudio che viveva in un mondo tutto suo.<br>Ma questa composita comunità, già così irriconducibile alle normali comunità vacanziere, si arricchiva di un particolare in più, una interculturalità ante litteram.<br>Non so dire per quale motivo in particolare, ma ad un certo punto il nostro luogo divenne il punto di riferimento dell’altrettanta composita comunità “marocchina” che passava l’estate a consumare il bagnasciuga avanti e indietro, nel tentativo di vendere le loro povere cose.<br>Un giorno si fermarono a prendere una birra e da allora anche se i “marocchini” non ci sono più, e sono sempre più ragazzi pakistani a cercare di sbarcare il lunario, quelli che oggi chiamiamo extra comunitari, da sempre continuano a fermarsi da noi per un momento di riposo e per prepararsi per la giornata. Come in un passaparola che supera il tempo e lo spazio.<br>Quanti ricordi, e quanti volti indimenticabili: Paolo “marocchino” che girava l’Italia in lungo e largo per vendere le sue mercanzie, il ragazzo tunisino di una bellezza incredibile, pelle scura e occhi chiari tanto da sembrare un tuareg. Questi uomini segnati dal lavoro e dal caldo la sera si riunivano in un altro campo affianco al nostro, compravano un numero imprecisato di birre e passavano la notte a suonare i tamburi davanti al fuoco.<br>Caro Zio, chi ha mai avuto la fortuna di vivere un’infanzia e un’adolescenza così? Non molti penso, noi tutti abbiamo avuto la fortuna di vivere in luogo magico, un paradiso in cui bastava poco per essere felici: una lunghissima partita a carte serale per gli adulti, infiniti tornei di calcio sulla spiaggia per noi piccoli, i primi innamoramenti del tutto platonici, sole e mare a perdita d’occhio.<br>Quante immagini si sovrappongono mentre scende il sole e sale una meravigliosa fresca brezza marina.<br>La spiaggia cambia colore al calare del sole dietro l’orizzonte e riemergono dagli archivi filmati della memoria, altre immagini difficili da dimenticare. Le sere d’estate al termine del fine settimana io, mio fratello e i miei cugini percorrevamo con delle cassette tutta la spiaggia alla ricerca dei vuoti a rendere lasciati dai turisti sulla spiaggia. Ogni bottiglia restituita valeva qualche centesimo e alla lunga diventava un tesoretto.<br>Comincia a far fresco, non siamo ancora a giugno e questo maggio è il più fresco degli ultimi anni.<br>Chissà dove sono adesso molti dei membri di questa meravigliosa comunità? Molti, penso, li immagino con te adesso, magari state ridendo e bevendo alla nostra salute, davanti ad un infinito mare. Altri chissà dove li ha portati la vita.<br>Di quella rumorosa e scalcinata compagnia siamo rimasti in pochi, con te ancora meno, ma qualcosa di nuovo c’è che nasce e cerca il suo spazio e luogo nel mondo. Chissà se la nostra nipote e altri bimbi che verranno, si spera, vorranno far parte di questo mondo fatto di pace, ricordi e futuro.<br>Mi volto verso la strada, c’è B., mio cugino che sta mettendo a punto le ultime cose, mi sorride, gli sorrido di ricambio e lo saluto con la mano, ora è lui che ha in mano la responsabilità di questo piccolo mondo.<br>Lo guardo mentre lavora e penso che è un miracolo che, dopo tutto quello che la vita ti propone, separazioni, litigi, riappacificazioni e poi ancora legami interrotti a volta definitivamente, noi cugini siamo ancora qui, a vivere questo luogo con il rispetto che si deve ad una sorta di santuario, di memoriale alla natura e alla vita.<br>Siamo stati capaci di restare sempre ai margini delle lacerazioni delle nostre famiglie e in questo siamo stati forse, più grandi dei grandi, e questo è un miracolo, il miracolo di questo meraviglioso mondo a parte.<br>Caro Zio è ora che vada, per me tu sarai sempre qui, e sempre qui ti cercherò, non importa dove siano le tue ceneri adesso, tu vivi qui tra queste dune, nelle onde di questo mare, nelle pietre che tu e mio padre avete messo su in queste piccole case, nelle spaghettate serali con il sugo di frutti di mare o granchi appena pescati, nei mattini colmi di futuro e speranza.<br>E sempre qui ci ritroveremo tutti, perché come ha detto una volta l’altro mio cugino S.: “Abbiamo un posto in cui incontrarci sempre…”.<br>E questo è anche il tuo miracolo.<br>Il sole è calato nel mare, chiudo il cancello e mi avvio verso la macchina, senza disturbare B. è andato via.<br>Sono solo adesso, chiudo gli occhi e partono le note di una canzone, “Long Road”, la lunga strada, scritta da un grande poeta che ama il mare: “L’ho desiderato così tanto, ma non posso restare… tutti i momenti preziosi… non posso restare… le mani che si stringono sono quelle di figli e figlie… percorrerò la lunga strada? … tutti gli amici e la famiglia… tutti i ricordi girano intorno… intorno… E il vento continua a ruggire… ed il cielo continua a farsi grigio… e il sole è tramontato… e sorgerà un altro giorno…”.<br>E sorgerà un altro giorno e nella rugiada del mattino, nell’onda che schiuma la sabbia, noi vivremo sempre qui, in attesa che la comunità si ritrovi, che le voci riempiano di nuovo il silenzio, che facce più scure delle nostre ma colme della stessa dolcezza, passino nelle nostre vite, che si riaccendano i fuochi nella notte e che la musica di questa lunga estate che è la vita ci culli sulle onde del nostro tempo fluido.<br>È sera e brindo a te che hai vissuto pienamente la vita che alla fine volevi.<br>Ci si vede domani in questo nostro paradiso tra terra e mare.</p><p>Il racconto è stato pubblicato su <a href="https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/420071/la-prima-estate-senza-di-te/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il Mio Lib</a><a href="https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/420071/la-prima-estate-senza-di-te/">ro</a>. </p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/la-prima-estate-senza-di-te/">La prima estate senza di te</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>L’Assenza, una spiaggia d&#8217;inverno</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/lassenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jul 2018 00:25:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Gaeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho deciso che è qui che passerò l’estate, qui dove io esisto, dove io sono, dove è “mio”, nel mio mentre ci sono io, dice il poeta di Seattle. Quel in between is mine altro non è che la vita stessa, che è mia, condivisa ma mia.E’ questo che ho imparato dalla tua perdita, dalla [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/lassenza/">L’Assenza, una spiaggia d&#8217;inverno</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ho deciso che è qui che passerò l’estate, qui dove io esisto, dove io sono, dove è “mio”, nel mio mentre ci sono io, dice il poeta di Seattle. Quel in between is mine altro non è che la vita stessa, che è mia, condivisa ma mia.E’ questo che ho imparato dalla tua perdita, dalla tua assenza, a sentirmi per la prima volta paradossalmente mio. La storia ha come scenografia la meravigliosa spiaggia di Sant&#8217;Agostino a Gaeta.</p></blockquote><p>Che cos&#8217;è l&#8217;<strong>Assenza</strong>? <br>E&#8217; forse una spiaggia d&#8217;inverno o la nebbia che la copre? <br>Scopritelo nella mia seconda storia breve scritta per l&#8217;omonimo concorso su <a href="https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/415841/lassenza/?fbclid=IwAR16H0xrXA4aik9K_WNdMDzNE_WFpdqwwg9Y8dCWyyNs4pO6Ca00Y_ddbXw" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il Mio Libro</a>.<br>Buona lettura!</p><p class="has-drop-cap">E’ dunque questa l’assenza, questa spiaggia al mattino coperta di nebbia, tu che ti muovi leggiadra nel tuo vestito bianco, i capelli nel vento, mentre mi guardi con dolcezza e stupore, come se non dovessi realmente essere li?<br>Sembra di essere in un quadro, s&#8217;intravede una barca appena accennata all’orizzonte che sembra appena bucare la nebbia.<br>Viene per te?<br>Ti sta portando per sempre via?<br>Oppure è per me che sta venendo per portarmi oltre la nebbia in cui è vissuta finora la mia vita da quando sei andata via?<br>L’assenza, questo sentimento totalizzante e spersonalizzante come l’amore, che ti sconvolge lo stomaco e ti rende la testa incapace di pensare.<br>Da quando sei andata via questa casa è vuota, priva di senso, ho iniziato a svuotarla pian piano con sempre più diverse scuse.<br>Un giorno ho deciso di fare a meno del letto, non ne avevo bisogno ora che ero solo, mi bastava il divano, segno confortante della mia precarietà.<br>Poi ho iniziato a svuotare gradualmente le altre stanze, un regalo alla volta agli amici e a gente sconosciuta, tutto per cercare di liberarmi di te e della tua ingombrante presenza/assenza.<br>Svuotato tutto, rimane solo l’essenziale, la mia vita sempre più minima.<br>Una sola stanza dove vivere tutta la mia esistenza quotidiana, dove avvolgermi tra le coperte la notte in attesa dell’alba.<br>Molti mi dicevano, è un periodo, poi passa, ci si adegua a tutto.<br>Come diceva quella cantante? “<em>Anche il dolore più atroce si addomestica</em>”, questo vale anche per gli amori più grandi, per l’amore più grande.<br>Chissà se dove sei ti chiedi come passo i miei giorni, se ti chiedi se sono riuscito a fare i conti con la tua assenza.<br>Se magari ho un cane o un nuovo amore oppure ho mollato tutto e chissà magari sono su una di quelle isole esotiche con il suo <em>chiringuito</em>, immalinconito dagli anni e dalla tristezza a guardare culi e tette passeggiare sul lungomare.<br>Chissà.<br>Probabilmente dove sei non hai nessuna necessità di cercarmi, sei piena di tutto quello che cercavi e volevi e quindi…<br>E così deve essere l’assenza, questa spiaggia bianca, la nebbia, la mancanza di suoni, di odori, di sensazioni.<br>&nbsp;<br>Ti ricordi avevamo quella casa in riva al mare, quella che amavamo, dove ci rifugiavamo quando avevamo bisogno di una pausa dalla vita.<br>Da quando sei andata via, non ci avevo più messo piede, non riuscivo a svuotarla come avevo fatto con l’altra, perché c’era davvero troppo di noi.<br>Oggi sono tornato ed è da li che ti scrivo.<br>Ho aperto il cancello e sono entrato nel vuoto del giardino, poi superato il cancello in legno: eccomi dinanzi alla veranda, foglie secche sul terreno, l’albero di fichi che muore, la legna per il camino.<br>Silenzio, il cinguettio degli uccelli, il sussurro del mare oltre la duna, era quello di cui avevamo bisogno nient’altro di più, ci bastava questo per sentirci sereni.<br>Felici, no quello no, la felicità in sé non esiste, esistono frammenti di felicità che uniti insieme al dolore fanno la serenità, la vita, il trascorrere delle stagioni.<br>Ho aperto la porta a vetro che porta nelle due piccole stanze del nostro paradiso.<br>La serratura, come ricordi, non deve essere forzata, deve essere accompagnata dolcemente.<br>La salsedine colpisce e corrode le cose, le rende incredibilmente fragili.<br>Cigolando la porta si apre ed entro nella piccola living room, tutto è rimasto com’era dall’ultima volta che sono stato qui.<br>I mobili pieni di libri, alcuni sparsi sul tavolo, polvere, alcuni oggetti di antiquariato.<br>Passo a quella che possiamo considerare la camera da letto, è tutto in ordine pronto per la nuova stagione che viene, la stagione in cui tu non ci sarai.<br>Ritorno sui miei passi attraverso il patio e apro il cancello in legno che porta sulla duna e da li al mare.<br>Lo apro con difficoltà , il tempo corrode e stabilizza in qualche modo le cose, alla fine cede, e si apre la porta ad un mondo di salsedine, di paure, di attese.<br>Il mare nel suo continuo movimento raccoglie e trasporta storie, le abbandona a volte sulla riva, le lascia ben in vista per essere raccolte, alcune volte invece le nasconde bene e sono difficili da trovare.<br>Scendo dalla duna, il vento oggi è calmo, ci sono molti sassi sul bagnasciuga, sicuramente retaggio di una recente mareggiata.<br>Le onde mi bagnano le scarpe, mi volto per guardare verso il promontorio e noto di non essere solo in questo piccolo mondo in attesa dell’estate.<br>Una ragazza raccoglie sassi sulla spiaggia con il suo cappellino di canapa, per un attimo scambia il suo sguardo con il mio, ed è davvero solo un frammento di secondo, poi ritorna verso la duna, verso un altro cancello marrone, un’altra casa che attende nuovamente vissuta, e scompare.<br>Sono di nuovo solo, il mare di fronte e la solitudine di cui mi sto gradualmente di nuovo abituando.</p><h3 class="wp-block-heading">Riti di passaggio</h3><p>Arnold Van Gennep parla di riti di passaggio, quei riti che ci fanno passare dall’adolescenza all’età adulta, da uno stato all’altro della vita.<br>La tua perdita, la tua assenza, l’elaborazione del lutto, è stata per me la perdita dell’adolescenza, dei sogni, delle speranze.<br>Il passaggio ad un’altra stagione, più lenta ma non per questo meno intensa.<br>Ho deciso che è qui che passerò l’estate, qui dove io esisto, dove io sono, dove è “mio”, nel mio mentre ci sono io, dice il poeta di Seattle. Quel&nbsp;<em>in between is mine</em> altro non è che la vita stessa, che è mia, condivisa ma mia.<br>E’ questo che ho imparato dalla tua perdita, dalla tua assenza, a sentirmi per la prima volta paradossalmente mio.<br>Si fa sera, è il tempo di dare calore alle stanze, domani sarà un nuovo giorno, un altro giorno in più che mi allontana dalla tua assenza.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/lassenza/">L’Assenza, una spiaggia d&#8217;inverno</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>L’ultimo viaggio di Ciro: la locomotiva da Belgrado a Dubrovnik</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/lultimo-viaggio-di-ciro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jun 2018 00:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; il 28 febbraio 1974 e Ciro la Locomotiva che sbuffando ha collegato per anni Belgrado a Dubrovnik è pronto per il suo ultimo viaggio. Molta gente sul cammino a dargli l&#8217;addio e un profeta a dare speranza con la sua profezia. Sarà davvero l&#8217;ultimo viaggio della gloriosa locomotiva? Tra i monti al confine tra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/lultimo-viaggio-di-ciro/">L’ultimo viaggio di Ciro: la locomotiva da Belgrado a Dubrovnik</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>E&#8217; il 28 febbraio 1974 e Ciro la Locomotiva che sbuffando ha collegato per anni Belgrado a Dubrovnik è pronto per il suo ultimo viaggio. Molta gente sul cammino a dargli l&#8217;addio e un profeta a dare speranza con la sua profezia. Sarà davvero l&#8217;ultimo viaggio della gloriosa locomotiva?</p></blockquote><p>Tra i monti al confine tra Serbia e Bosnia ancora oggi esiste una ferrovia straordinaria che collega la città di Mokra Gora con Visegrad, la città del Ponte sulla Drina oggetto dell&#8217;omonimo libro di Andric. Adesso non è altro che un&#8217;incantevole attrazione turistica, ma sin dai primi anni &#8217;20 al 1974 costituiva un collegamento fondamentale tra Belgrado e Sarajevo. Su questi monti sbuffava Ciro (o meglio Cira) la locomotiva a vapore che non fu mai in ritardo, almeno così raccontano le cronache del tempo. </p><p>Con queste righe pubblicate anche su <a href="https://ilmiolibro.kataweb.it/storiebrevi/410685/lultimo-viaggio-di-ciro/?fbclid=IwAR0V98eGTtWsuZfF75vWhKfmy4pxJIzGYCgOVVB51Y4QQ0Cz_KhhiQiDyPE" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il Mio Libro</a>, vi racconto l&#8217;ultimo viaggio di Ciro, la locomotiva jugoslava in quel triste giorno del febbraio 1974.</p><h2 class="wp-block-heading"><strong>28 febbraio 1974</strong></h2><p class="has-drop-cap">Il capostazione lucida lo stemma delle ferrovie jugoslave che adorna il suo berretto, guarda sospirando fuori dalla finestra, prende la sua paletta e il fischietto di ordinanza ed esce dalla sala controlli.<br>L’aria è fine e fredda come sempre in questo periodo dell’anno e nell’aria si sente la vita che scorre, come corre il treno sulle rotaie.<br>Non sembra davvero che oggi sia davvero l’ultimo giorno di vita di questa leggendaria ferrovia, della stazione che per anni è stata la sua casa.<br>Guarda verso la valle, verso <em>Titovo Uzice</em>, la città dei partigiani, la città da cui partirà l’ultimo viaggio del&nbsp;glorioso Ciro.<br><em>Titovo Uzice</em>, l’unica città nella Jugoslavia ad avere nella piazza una statua del grande Presidente Tito, l’unica città a portare il suo nome, si prepara alla partenza dell’ultimo convoglio che sbuffando sui monti Tara, scenderà di nuovo a valle verso il mare, unendo idealmente e materialmente per l’ultima volta il cuore della Jugoslavia, Belgrado a Sarajevo per poi raggiungere il mare a Dubrovnik.<br>Un ultimo viaggio per la locomotiva <em>Ciro</em>, e la città già piange il suo addio.<br>Tutto è pronto. L’immensa piazza di <em>Titovo Uzice</em> è colma di gente che quasi in processione si avvia verso la stazione, tra loro i pochi fortunati che hanno acquistato un biglietto per un viaggio che entrerà nella storia e poi nella leggenda.<br>Ad attenderli le autorità in grigio ufficiale, la banda e i cori dei partigiani della rivoluzione, e bellissime donne nei loro vestiti tradizionali. Non manca naturalmente neanche il formaggio <em>kajmak</em> e il prosciutto affumicato, e vino e <em>rakja</em> per festeggiare , per prepararsi ad un addio, per dimenticare.<br>Oltre questo capannello di persone, un uomo attende nella sua solitudine, sembra quasi non essere toccato dal frastuono, dai canti, dai rumori, dalle urla, dalle risa, per lui esiste solo lei la locomotiva, Ciro, la sua amata locomotiva. La guarda, la osserva, la accarezza, ne segue il profilo, ne saggia il freddo acciaio che tra un po’ diverrà rovente.<br>Ricorda quel giorno che un amico italiano un giorno è salito fin sopra i monti di <em>Mokra Gora</em> per vedere Ciro salire stantuffando attraverso il <em>Sargan Eight</em> e mentre viaggiava su quei monti si è ricordato di una canzone scritta da un grande cantautore comunista italiano, una canzone profetica, &#8220;La Locomotiva&#8221;. Quell&#8217;amico gli aveva lasciato il testo e lui lo aveva portato in cabina con se e lo cantava sempre urlando a squarciagola quando Ciro entrava nei tunnel del Sargan: “<em>E corre corre corre la Locomotiva</em>…”.<br>Che Ciro fosse destinato ad attraversare i monti verdi e immensi che dividono idealmente la Serbia e dalla Bosnia era scritto nei cieli e nella terra e fu addirittura oggetto di una profezia.<br>Alla fine dell’800 un profeta del piccolo villaggio di Kremna, Milan Tarabic, infatti, &nbsp;aveva predetto l’arrivo di Ciro: “<em>una strada fatta di ferro passerà per i pendii degli zingari, con un carro di fiamma ardente, che si fermerà sempre nei posti dove sono ora gli accampamenti degli zingari.</em>”<br>Ma non fu facile portare Ciro tra quei monti, e lui, mentre carezza l’acciaio della locomotiva e ricorda la sua &#8220;forza di baleno&#8221;, non può non ricordare la storia della costruzione di questa incredibile strada ferrata dove, per superare i vertiginosi dislivelli, venne creata una mirabile opera ingegneristica invidiata e copiata in tutto il mondo, l’<em>Otto di Sargan</em>, orgoglio della Jugoslavia e del socialismo.<br>Nel 1916 morirono ben 200 prigionieri di guerra russi e italiani che stavano lavorando nelle gallerie sulla collina di Budim, per realizzare l&#8217;Otto di Sargan e i lavori vennero fermati. Ancora oggi, ricorda il ferroviere,&nbsp; sulla collina di <em>Budim</em> un monumento ricorda questa tragedia, in un luogo inaccessibile tra Jatare e Mokra Gora.<br>Ciro non è mai arrivato in ritardo, neanche nei giorni di tormenta, neve, pioggia, neanche le guerre l’hanno mai fermato, ora, pensa tristemente l’uomo, lo ferma la tecnologia, il progresso, il denaro, la stupidità dell’uomo.<br>Sputa in terra con rabbia e stringe i pugni.<br>Ma ora non è più tempo delle memorie, della rabbia e della malinconia, c&#8217;è un ultimo viaggio da fare e Ciro si sta preparando.<br>La Locomotiva scalda i motori, ed è pronta a scatenare quella &#8220;forza pura di baleno&#8221; come l&#8217;ha chiamata quel cantautore.<br>La gente saluta commossa l&#8217;Addio di Ciro, poco fuori Uzice sulla Fortezza alcune persone hanno issato un vessillo, la bandiera della Jugoslavia e sullo sfondo la Locomotiva.<br>Gradualmente il paesaggio diventa sempre più alpestre, Ciro sbuffando attraversa i meravigliosi panorami dei Monti Tatra. Ogni tanto s&#8217;intravedono poche case sul cammino e gente che al passaggio si toglie il cappello come è uso per nobili o per notabili.<br>Il convoglio effettua una fermata nel piccolo villaggio di Kremna, famoso in Serbia per i suoi profeti. da generazioni e per trasmissione familiare, profeti predicono il futuro, e oggi chissà che non ci sia una nuova profezia anche per Ciro.<br>L&#8217;anziano si avvicina a Ciro abbassa il capo e poi sembra quasi benedire la Locomotiva. Con solennità alza gli occhi al cielo e poi con voce altrettanto solenne pronuncia la profezia: &#8220;<em>Ci sarà un tempo in cui un uomo che crede nei miracoli deciderà di prendere casa tra questi monti e su questa strada ferrata realizzerà una delle sue utopie. Allora Ciro ricomincerà a correre sbuffando sui Monti amata da tanta gente venuta da lontano…</em>&#8220;.<br>I macchinista sorride a queste parole, non ha mai creduto nelle profezie, eppure per la prima volta ha il presentimento che qualcosa succederà tra queste impervie montagne al confine tra Serbia e Bosnia.<br>L&#8217;uomo si aggiusta il berretto e da un buffetto alla lamiera, da ancora gas al motore e Ciro saluta Kremna e i suoi abitanti e si inerpica verso Mokra Gora e soprattutto verso l&#8217;Otto di Sargan, probabilmente per l&#8217;ultima volta.<br>Superata la <em>Collina Bagnata</em> (<em>Mokra Gora</em>), ed effettuata una breve fermata alla piccola stazione di <em>Jatare</em>, Ciro inizia la discensa verso la Bosnia e il mare. Alla stazione di Dobrun appena di fronte all&#8217;omonimo Monastero, ancora una sosta per una benedizione solenne da parte del Pope per poi terminare la sua corsa nella città resa famosa dal grandissimo scrittore Ivo Andric, Visegrad.<br>Alla stazione si fece grande festa quel giorno, raccontano le cronache, il macchinista fu premiato con una medaglia ricordo, una piccola processione si diresse verso il famoso Ponte sulla Drina e li attese l&#8217;ultimo squillo di sirena di Ciro prima della partenza definitiva.<br>Un&#8217;epoca finiva, ora restava solo attendere il verificarsi della profezia.</p><div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow"><div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-3 wp-block-columns-is-layout-flex"><div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<!-- THE ESSENTIAL GRID 3.0.11 CUSTOM -->

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    <div id="esg-grid-11-1" class="esg-grid" style="background: transparent;padding: 0px 0px 0px 0px ; box-sizing:border-box; -moz-box-sizing:border-box; -webkit-box-sizing:border-box; display:none">
<ul>
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</li>
<li id="eg-11-post-id-1" data-skin="washington" class="filterall eg-washington-wrapper eg-post-id-1" data-date="">
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<div class="esg-entry-media"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/treno-balcani2-scaled.jpg" data-no-lazy="1" alt="" width="1920" height="2560"></div>

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var essapi_11_1;
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	jQuery("#esg-grid-11-1").data("lightboxsettings", lightboxOptions);


});
} // End of EsgInitScript
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</div><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/lultimo-viaggio-di-ciro/">L’ultimo viaggio di Ciro: la locomotiva da Belgrado a Dubrovnik</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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