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	<title>Srebrenica Archivi - Damiano Gallinaro</title>
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	<title>Srebrenica Archivi - Damiano Gallinaro</title>
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		<title>Sarajevo Moja Doma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Oct 2021 09:02:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="has-drop-cap">Dopo un paio d’ore di sonno a tratti e dopo una ricca colazione decido di mettermi in moto, non riesco a mai a dormire molto, infatti, dopo un lungo viaggio notturno.<br>Passo accanto alla <strong>Stazione di Sarajevo</strong> che dista poche centinaia di metri dall&#8217;Hotel Grand, un edificio storico, ma la stazione è sempre più vuota al momento solo cinque treni al giorno giungono e partono da Sarajevo con destinazione Zenica e Mostar principalmente. C&#8217;era un treno giornaliero per Bihac, ma al momento è sopresso, perchè era il treno dei disperati che portavano i migranti verso la frontiera con la Croazia, nel drammatico attraversamento della frontiera che in modo sarcastico chiamano loro stessi, <strong>The Game</strong>, il gioco.<br>Un paio di anni fa dalla Stazione di Sarajevo è iniziato il mio viaggio verso la frontiera e il <strong>campo di Vucjak</strong>, e in foto vedete i volti di alcuni uomini che si avviano sulla strada della disperanza.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="401" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/stazione-sarajevo.jpg" alt="stazione di Sarajevo" class="wp-image-937" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/stazione-sarajevo.jpg 800w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/stazione-sarajevo-300x150.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/stazione-sarajevo-768x385.jpg 768w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/stazione-sarajevo-650x326.jpg 650w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Stazione di Sarajevo</figcaption></figure><p>A piedi percorrendo la <strong>Zmaja od Bosne</strong>, la via dei cecchini, dove si trova il famigerato edificio dell’Holiday Inn e l’edificio del Parlamento ricostruito, nonché il museo storico di Bosnia che porta ancora le tracce dei proiettili come una sorta di memento, mi avvio verso il centro.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="345" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/zmaja-od-bosne.jpg" alt="Zmaja od Bosne la via dei cecchini" class="wp-image-939" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/zmaja-od-bosne.jpg 800w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/zmaja-od-bosne-300x129.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/zmaja-od-bosne-768x331.jpg 768w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/zmaja-od-bosne-650x280.jpg 650w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Zmaja od Bosne: la via dei cecchini</figcaption></figure><p>E’ tutto chiuso e c’è un silenzio irreale, non sono aperti neanche i chioschi che vendono i giornali o le sigarette, alimento fondamentale dell’anima balcanica.<br>E’ davvero il dì di festa, festa vera come da noi a Natale e il Primo dell’anno.<br>Ovunque si possono leggere messaggi di auguri per il <strong>Bajram</strong>.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="800" height="485" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/festa-del-bajram-sarajevo.jpg" alt="Festa del Bajram a Sarajevo" class="wp-image-942" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/festa-del-bajram-sarajevo.jpg 800w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/festa-del-bajram-sarajevo-300x182.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/festa-del-bajram-sarajevo-768x466.jpg 768w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/festa-del-bajram-sarajevo-650x394.jpg 650w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Festa del Bajram a Sarajevo</figcaption></figure><p>Gradualmente la città sembra svegliarsi, le famiglie sono vestite a festa, le donne portano quasi tutte il velo, alcune anche il burqa. Dai tratti somatici mi sembra di vedere molte famiglie arabe, che in effetti sono una presenza rilevante come mi confermerà il mio amico Ado nei giorni successivi.<br>L’islamizzazione di Sarajevo sembra proseguire a ritmi forzati, ma è davvero così? Di questo e di altro parlerò con la mia amica Amra nel pomeriggio.<br>Faccio una lunga passeggiata nella Carsija </p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="750" height="375" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/carsija-1.jpg" alt="Passeggiata nella Carsija" class="wp-image-946" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/carsija-1.jpg 750w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/carsija-1-300x150.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/carsija-1-650x325.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption>Passeggiata nella Carsija</figcaption></figure><p>e visito alcuni siti posti dall’altro lato della Milijacka che non avevo visitato in precedenza, come ad esempio la ricostruita moschea adiacente il sito archeologico di Atmejdan.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="352" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/sito-archeologico-atmejdan.jpg" alt="Sito archeologico di Atmejdan" class="wp-image-949" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/sito-archeologico-atmejdan.jpg 800w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/sito-archeologico-atmejdan-300x132.jpg 300w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/sito-archeologico-atmejdan-768x338.jpg 768w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/sito-archeologico-atmejdan-650x286.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption>Sito archeologico di Atmejdan</figcaption></figure><p>Molti ristoranti sono chiusi ma sono certo di trovare una buona scelta nel cuore turco della città.<br>Mi fermo a mangiare ad una delle tante trattorie tradizionali, mangio un piatto leggero a base di verdure e bevo una birra.<br>Il centro ora è pieno di gente, tutte vestite a festa.<br>Sarà che è un giorno di festa e che per questa festa sono previste “elemosine” per i poveri, ma sono tantissime le donne di età varia che chiedono l’elemosina nelle strade.<br>Dopo pranzo incontro Amra al Cafè Tito alle spalle del museo storico di Bosnia.<br>Il <strong>Cafè Tito</strong> è un must per noi jugonostalgici, all’interno si possono trovare memorabilia legate al Maresciallo e alla storia della Ex Jugoslavia. I bagni, poi, sono tappezzati dalle pagine di un’altra icona della ex Jugo, inaspettata per chi non conosce la storia del costume jugoslavo, il fumetto Alan Ford e il Gruppo TNT che è divenuto un must negli anni settanta in Jugoslavia tradotto in tutte le lingue della Federazione.</p><figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="750" height="791" src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/fumetti-alan-ford.jpg" alt="Fumetti Alan Ford e del gruppo TNT" class="wp-image-950" srcset="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/fumetti-alan-ford.jpg 750w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/fumetti-alan-ford-284x300.jpg 284w, https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/fumetti-alan-ford-650x686.jpg 650w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption>Fumetti Alan Ford e del gruppo TNT</figcaption></figure><p>E’ sempre bello rivedere vecchi amici. Con <strong>Amra</strong>, che ha quasi la metà dei miei anni, ci siamo conosciuti al Pravo Lijudski Festival qualche anno fa e ci siamo da subito trovati simpatici. Devo dire che faccio sempre un po’ fatica a fare amicizia, soprattutto in paesi di cui non padroneggio la lingua e la mia timidezza mi blocca molto. Fui sorpreso di essere avvicinato da questa ragazza che mi chiedeva chi fossi e mi invitava a vedere il suo cortometraggio. Che mi avesse preso per un Vip? Scherzi a parte da allora siamo diventati amici e quando possibile ci incontriamo sempre a Sarajevo.<br>Passiamo un’ora insieme chiacchierando del più e del meno delle nostre vite, i progetti, immancabilmente del Covid, di Srebrenica e della memoria dei fatti avvenuti in Bosnia negli anni novanta.<br>La accompagno verso il museo dove la verrà a prendere il suo ragazzo. In serata andranno a casa dei genitori del suo ragazzo per festeggiare il Bajram ed è prevista una grande mangiata.<br>Mentre mi avvio verso l’Hotel Grand per riposare un po’, ripenso a quanto ha detto Amra riguardo a Srebrenica.<br>Nei giorni precedenti si è tenuto il <strong>Warm Festival</strong>, un altro piccolo grande <strong>festival sui diritti umani</strong> a cui avevo partecipato qualche anno fa. Nell’ambito del festival è stato presentato un libro su <strong>Srebrenica</strong>. Amra si dice stanca di come viene ancora proposto il tema, non ha visto, ad esempio Quo Vadis Aida, non riesce a vederlo.<br>Concordo con lei che a distanza di 26 anni si deve fare di più, andare oltre, almeno chi può, chi questo dolore non lo ha sofferto direttamente.<br>Ed evitare il linguaggio dell’odio che spesso e volentieri ancora oggi da una parte e dall’altra permea i discorsi ufficiali e non.<br>E’ tempo di cercare di ricostruire e forse ci riusciranno le nuove generazioni.<br>Amra avverte un evidente stacco tra ciò che dicono e pensano i politici e ciò che pensa la gente nella realtà quotidiana. Forse la gente di Bosnia è stanca di guerra, non i politici che ancora ne cavalcano le onde.<br>Si dovrebbe porre l’attenzione su quello che le differenti comunità stanno facendo per superare gli ostacoli più che continuare a chiedersi se e come è successo qualcosa a Srebrenica. Perché è assodato che a Srebrenica è stato commesso un genocidio e questo non si può e non si deve discutere.<br>Si fa sera, torno in albergo per una call, dopo due ore di discussioni con altri colleghi antropologi la stanchezza della giornata inizia a farsi sentire, cerco un ristorante aperto nelle vicinanze dell’albergo ma è tutto chiuso e allora vado al vicino distributore di benzina compro un pacco di patatine e uno di noccioline e mi preparo un aperitivo faidate approfittando dell’ariosa terrazza dell’Hotel Grand che ha un fornitissimo bar aperto fino alle 22.<br>Non arrivo neanche alle 21 in realtà, praticamente tocco il letto e svengo dal sonno.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/sarajevo-moja-doma/">Sarajevo Moja Doma</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Vi è mai capitato di intervistare un eroe?</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/vi-e-mai-capitato-di-intervistare-un-eroe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Apr 2021 14:09:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi è mai capitato di poter incontrare e addirittura intervistare un protagonista della storia mondiale? Un uomo che ha materialmente “fatto la storia”. A me è capitato e sono onorato di aver conosciuto il Generale Jovan Divjak, il serbo che difese Sarajevo, la sua Sarajevo che ha narrato nel libro &#8220;Sarajevo, mon amour&#8220;. Jovan ci [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Vi è mai capitato di poter incontrare e addirittura intervistare un protagonista della storia mondiale? Un uomo che ha materialmente “fatto la storia”. </p><p>A me è capitato e sono onorato di aver conosciuto il <strong>Generale Jovan Divjak</strong>, il serbo che difese Sarajevo, la sua Sarajevo che ha narrato nel libro &#8220;<strong>Sarajevo, mon amour</strong>&#8220;. </p><p>Jovan ci ha lasciato l&#8217;8 aprile e questa intervista realizzata nel novembre 2018 è il mio personale omaggio. Oltre al testo trovate anche la registrazione originale dell’intervista. </p><p>Buon viaggio Generale!</p><p><em>Vi è mai capitato di intervistare un eroe?<br>Di scambiare idee e vita con un un uomo che per una parte di mondo è considerato come il salvatore, l’uomo che è riuscito a fermare con pochi mezzi un esercito che aveva la fortuna di poter utilizzare i mezzi e le armi di quello che era uno dei più grandi eserciti europei, l’Armata Nazionale Jugoslava?</em></p><p>Io ho avuto questa fortuna e mi piace raccontarvi il mio incontro con il <strong>generale Jovan Divjak</strong>, il serbo difensore di Sarajevo, ma non solo.<br>L’uomo per cui Sarajevo era tutto al di là della nazionalità di chi l’abitasse.<br>L’incontro con Divjak è avvenuto circa un mese fa (il 13 novembre 2018 per la precisione) nella sede dell’Associazione da lui diretta, <strong><a href="https://ogbh.com.ba/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">OGBH</a></strong> (Obrazovanje Gradi Bosnu i Hercegovinu/Education Builds Bosnia anad Herzogovina).</p><p>Ma prima di questo incontro vis a vis, qualche anno prima ci fu una incredibile e inaspettata telefonata.<br>Ero stato a Sarajevo, solo per un giorno, e avevo deciso di tentare la sorte cercando di incontrare Divjak. Così mi feci portare da un taxi a Grbavica nella sede dell’Associazione, ma per motivi lavorativi il Generale Divjak non era in ufficio.<br>Ci rimasi male, naturalmente, ero dispiaciuto di non averlo potuto incontrare, anche se ero contento di aver potuto visitare i locali dell’Associazione e parlare con chi vi lavorava.<br>Lasciai i miei contatti, ma onestamente non confidavo in un repentino contatto.<br>Tornato in Italia smisi di pensare a Divjak preso com’ero nel tentativo di salvare il mio dottorato in etnologia dal fallimento, ma una mattina mentre passeggiavo nei viali dell’Università, il mio telefono squillò. Il numero era estero, risposi, e rimasi senza parole, dall’altro lato del filo c’era Jovan Divjak che mi parlava in inglese con l’aiuto di una sua collaboratrice e mi ringraziava della visita e si diceva felice d’incontrarmi in un’altra occasione.<br>Pochi minuti, ma la voce di quest’uomo fiero e vero, mi rimasero nel cuore.</p><p>L’occasione per incontarci non si palesò subito, per vari motivi fu impossibile per me raggiungere Sarajevo e nel frattempo Divjak venne arrestato a Vienna su mandato dei tribunali serbi, con l’accusa di crimini di Guerra. Come sempre accade nel dopo guerra chi è un eroe per una delle parti in causa è quasi sempre considerato un criminale dal “nemico”.<br>Poi qualche mese dopo iniziai a programmare il mio ritorno a Sarajevo, l’occasione il Festival Pravo Liujdski, e scrissi una nuova mail all’Associazione. Mi risposero in breve termine, Jovan Divjak aveva piacere d’incontrarmi, finalmente avevo un appuntamento.</p><h2 class="wp-block-heading">13 novembre 2018</h2><p>Per la seconda volta risalgo la collina di Grbavica, stavolta con un auto a noleggio. Entro nella sede dell’Associazione, Divjak è seduto alla sua scrivania, mi invita a sedermi e mi porge una copia in italiano del libro che racconta la sua storia &#8220;Sarajevo, mon amour&#8221; edito da Infinito edizioni.<br>Come quella volta al telefono, iniziano i problemi linguistici, lui parla solo serbo e francese io italiano e inglese, cosi’ abbiamo bisogno dell’intermediazione di una sua collaboratrice per intenderci.<br>Probabilmente si tratta della stessa ragazza che qualche anno prima fece da traduttrice in quella breve e soprendente telefonata che lo stesso Divjak mi fece.</p><p>L’intervista inizia con una certa diffidenza da parte di Divjak, forse anche per via di questa barriera linguistica.<br>Davanti a me ho un uomo sorprendente, com’e’ soprendente la sua storia, ma anche un uomo che sembra, almeno nel mio caso voler saggiare la mia reale conoscenza della storia e della realtà politico-sociale recente di Sarajevo e della Bosnia.</p><p>Un po’ intimidito inizio a chiedergli come vede il futuro del suo paese.<br>La mia domanda deve sembragli davvero troppo fumosa perche’ mi chiede di formulare delle domande più precise.<br>Allora inizio a chiedergli dell’attivita’ della sua associazione e dell’importanza del lavoro che svolge nell’ambito educativo.</p><p><em>Quanto e’ importante per i bambini, i ragazzi che non hanno vissuto la guerra civile ma solo il periodo postbellico conoscere quello che e’ accaduto, e quale il futuro del paese? In Italia il pease e’ percepito come diviso ma e’ davvero cosi’? Qualcosa sulla sua storia, qual’e’ il suo feeling con Sarajevo adesso?</em></p><p>Per poter rispondere alle domande, mi chiede quanto conosco veramente sull’assedio di Sarajevo e sulla storia della guerra civile. Gli dico che ho letto molto sull’argomento ma che chiaramente ci sono degli aspetti che ancora non mi sono chiari.<br>La ragazza che ci aiuta nella traduzione, approfitta di alcune pause dovute ad alcune telefonate che riceve il Generale per dire la sua su alcuni argomenti, il suo punto di vista è interessante perchè spesso non coincide in tutto con quello del suo mentore.<br>Riguardo alla situazione del paese, dice che non e’ ottimista, molti giovani o sono fuori dalla politica o vittime della politica stessa, e dei partiti nazionalisti. L’eccessiva divisione politica e amministrativa non aiuta, e il sistema di nation building non è stato ancora completato.<br>Il discorso sulla divisione amministrativa della Federazione diviene centrale, e mi interessa conoscere l’opinione di Divjak in materia.</p><p>Così risponde il <strong>Generale</strong>: “<em>La percezione che si ha in Italia della Bosnia e della sua divisione interna e’ reale perche’ abbiamo purtroppo tre partiti nazionalisti che hanno differenti strategie e visioni per il paese: i bosgnacchi premono per l’unificazione, i serbi di Bosnia vogliono una Republika Sprska indipendente o unita alla Serbia, mentre i partiti nazionalisti croati premono per il riconsocimento della Terza Entità, l’Herceg Bosna ora parte integrante della Federazione di Bosnia ed Erzegovina.<br>E’ interessante la situazione in Posavina dove vive una rilevante minoranza cattolica che non ha quasi tutela e rappresentanza. Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, e ne sono sicuro, l’educazione però puo’ fare molto. Il problema è che ognuno riscrive la storia a suo beneficio.<br>Nei libri di storia della Repusblika Sprska, ad esempio, viene raccontato ai ragazzi che la guerra e’ scoppiata perche’ i serbi di Bosnia si sono dovuti difendere dall’aggressione portata dai musulmani, e oltre a non riconoscere il genocidio di Srebrenica, insegnano come a Srebrenica in realtà ci fu un aggressione nei confronti dei serbi</em>”.</p><p>Gli parlo di un libro letto di recente che propone una ricostruzione “revisionista” di quanto avvenuto a Srebrenica (Alexander Dorin- Zoran Jovanovic, Srebrenica come sono andate veramente le cose, Zambon editrice), che in qualche modo sposa la teoria storica insegnata nelle scuole della Republika Sprska.</p><p><strong>Divjak</strong>: <em>La Corte Internazionale dell’Aja ha accertato che a Srebrenica c’è stato un genocidio… questo è un dato di fatto. Nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, nei libri di storia, i bambini leggono che l’ aggressione e il genocidio sono stati commessi dalle armate della Repubblica Serba di Bosnia ma si tace sui crimini commessi dalle armate bosniache. Nella nostra Costituzione c’è un’articolo che prevede la facoltà delle popolazioni sfollate dai propri paesi di ritornarvi, ma solo il 2 per cento della popolazione è ritornata, come ad esempio a Prijedor. E’ uno dei motivi per cui ancora la Bosnia e Erzegovina è “commissariata”. Se non si applica quanto previsto dalla costituzione, l’Alto rappresentante non lascerà mai il paese. La gestione dell’ufficio dell’Alto Rapresentante è una grossa spesa che si potrebbe evitare. Ma il processo di nation building è ancora ampiamente incompleto, e probabilmente sarà impossibile completarlo se si pensa che solo il 50 per cento dei bosniaci riconosce Sarajevo come capitale. Uno dei presidenti della presidenza tripartita, Ivanic, serbo, dopo il lavoro va a vivere a East Sarajevo e ha pubbiclamente detto che ama piu’ Belgrado che Sarajevo, e invita i giovani a minimizzare il ruolo di Sarajevo. Il problema maggiore dopo la guerra e’ il rimpallo delle responsabilita’, tu sei vittima e io carnefice. La sola via per uscirne e’ divenire membro della UE.<br>Ma le divisioni non lo consentono (la Bosnia e’ l’unico paese che non ha fatto domanda d’adesione, questo nel 2018), i serbi sono legati alla Russia e non vogliono l’ingresso in UE, mentre e’ da rilevare come influiscano anche in maniera negativa gli interessi arabi su Sarajevo</em>”.</p><p>Parliamo del libro di Dzeva Avdic e di come e’ difficile parlare di Srebrenica, anche semplicemente visitarla. Parlo della mia visita al Memoriale di Potocari e di come non mi sono sentito a mio agio nel passeggiare nella città. Avevo, infatti, la costante sensazione di essere osservato.</p><p><strong>Divjak</strong>: “<em>Ci sono ben quattro associazioni che riuniscono le donne di sreberenica ma poche persone vicono ora in Srebrenica, la maggior parte vive a Tuzla e Sarajevo, e alcuni hanno avuto aiuti per non ritornare. Quanto accaduto a Srebrenica deve essere visto come un “processo”, bisogna guardare al complesso della progressione degli eventi. Non un caso isolato come spesso viene presentato. In questo modo si comprende quanto accaduto nell’area dal 1992 al 1995</em>”.</p><p>Gli dico che ho visitato il <a href="https://galerija110795.ba/it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Museo di Srebrenica</a> a Sarajevo e che l’ho trovato molto completo. Il Generale mi consiglia di visitare anche l’altro museo che è vicinisso al primo il <a href="https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g294450-d10593961-Reviews-Museum_Of_Crimes_Against_Humanity_And_Genocide_1992_1995-Sarajevo_Sarajevo_Canto.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Museum against Humanity and Genocide 1992-1995 </a>(e che poi ho effettivamente visitato) perche’ mostra testimonianze e ricostruzioni di quasi tutte le stragi avvenute in Bosnia e non solo Srebrenica. Può essere utile a far comprendere la complessità di quanto avvenuto nel paese.</p><p>Chiedo alla ragazza che ci aiuta nella traduzione quali sono le relazioni tra Est Sarajevo e Sarajevo, e se davvero possano essere considerate due città differenti. “<em>Finchè c’é tanta gente che lavora a Sarajevo e poi ritorna a Lukavica ma non si integra, si può davvero di parlare di due città separate. Sono davvero due posti differenti la gente e’ differente</em>”. Parole molto forti.</p><p><strong>Divjak</strong>: (su Sarajevo) “<em>Vengono organizzati molti avvenimenti internazionali come ad esempio il Pravo Lijudski (Il festival del cinema sui Diritti Umani), ora è in programmazione anche il King Lear, c’è un Jazz Festival, molto viene fatto per la cultura. La cerimonia di apertuta di Pravo Lijudski e’ stata un successo, la sala era piena. La cultura in perifieria pero’ non esiste. E dove non c’e’ cultura li vive il nazionalismo, come accade nei piccoli villaggi. C’è un nuovo film (bellissimo n.d.r.) di Denis Tanovic presentato al Festival di Berlino &#8220;<a href="https://mubi.com/films/men-don-t-cry" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Men don’t cry</a>&#8221; che narra di un gruppo di uomini di differenti nzionalità che fanno una sorta di psicoterapia per superare le loro divisioni. Un film che rappresenta in modo efficace le divisioni che ancora sono vive nel paese. Il film è stato girato a Sarajevo. Un fim da vedere per comprendere la Bosnia di oggi.<br>Ci sono molte eccellenze in Bosnia tra i giovani. Ad esempio in ambito matematico, un ragazzo ha vinto un premio internazionale, ma lo stato non ha supportato il ragazzo</em>”.</p><p>Mi chiede se ho visto “Venuto al mondo”, mi dice sorridendo che interpretare il ruolo del professore ebreo è stata un’esperienza interessante. Parliamo delle differenze tra il libro e il film e della serie Tv sul libro che ha molti contenuti rispetto al film.</p><p>L’ intervista prosegue in pieno relax e finiamo per parlare di calcio, dell’Italia che si gioca la qualificazione (se non ricordo male ai Mondiali) “probabilmente vinceremo… non vincere sarebbe una tragedia”. Poi mi chiede di Dzeko e Pijanic.</p><p>Ci salutiamo con l’augurio di rivederci presto magari a Bergamo per una conferenza.<br>Purtroppo le cose della vita non ci hanno concesso un nuovo incontro e rimarrà sempre il rammarico di non aver potuto condividere sensazioni ed emozioni.</p><p><br>Buon viaggio Generale.</p><div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-1 wp-block-columns-is-layout-flex"><div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/intervista-a-jovan-dvijiak-p.-1-2.3gp"></audio><figcaption><br>Intervista a jovan Divjak p.1</figcaption></figure>

<p></p></div>

<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://www.damianogallinaro.it/wp-content/uploads/intervista-a-jovan-dvijak-p.2.3gp"></audio><figcaption><br>Intervista a Jovan Divjak p.2</figcaption></figure></div></div><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/vi-e-mai-capitato-di-intervistare-un-eroe/">Vi è mai capitato di intervistare un eroe?</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Sale e argento. La storia di Mirjana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 00:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Srebrenica]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La ex Jugoslavia, Srebrenica e soprattutto il dramma delle donne violate e dei figli &#8220;bastardi&#8221; nati da quelle violenze, emergono con forza e delicatezza al tempo stesso in questa storia che ho scritto qualche anno fa ma che ha avuto la sua scrittura definitiva solo dopo l&#8217;incontro con Bakira e altre donne di Visegrad che questa terribile violenza hanno subito e di cui portano ancora i segni non solo nel corpo ma soprattutto nell&#8217;anima. Nel silenzio di Mirijana c&#8217;è l&#8217;impossibilità di molte di queste donne di raccontare quanto di terrificante hanno subito. Ma c&#8217;è sempre speranza e la speranza è negli occhi e nella forza di una bimba innocente venuta al mondo nel peggiore dei modi ma che con il suo solo essere al mondo assume le sembianze della speranza. La storia di Mirijana è comunque una storia di resilienza e speranza.&#8221; </p><p class="has-text-align-right"><em>A Bakira Hasecic</em></p><p>La ragazza raccoglie la legna e la ordina con pazienza. Il fumo del camino sale nel cielo e si confonde con il fumo acre e biancastro delle acciaierie. Un altro inverno freddo sta per iniziare nella Città del Sale e la ragazza alza gli occhi verso la montagna ripensando ai giorni terribili passati nella Città dell’Argento più di dieci anni prima.<br>Una bambina con i capelli crespi fa capolino dalla porta di casa, la donna la guarda, le sorride e il suo è un sorriso al tempo stesso dolce e amaro, come la tua terra. La saluta mentre va via, con un tenero bacio sulla fronte.<br>Pela le patate e le mette in una pentola per farle bollire, prepara poi della verdura per la minestra. La bambina è a scuola e così&nbsp;lei è sola con il suo silenzio. Passa qualcuno per strada, lei saluta dalla finestra, questa città, pensa, è ancora un posto in cui si può vivere, un luogo da cui ricominciare. Ma la notte è piena di incubi, quelli che nascono da quel posto in cui ci si rifugia quando siamo bambini, quel bambino dentro che ora è stato violato e che urla nel buio dell’incubo.<br>La ragazza attraversa la strada statale che separa il piccolo quartiere collinare dove vive, dal centro della città del Sale, le macchine sfrecciano veloci, e il fumo delle fabbriche si confonde ancora una volta con il cielo grigio. Non sarebbe mai voluta uscire soprattutto perché è uno di quei giorni in cui tutto sembra così vivido, così terribilmente presente. Attraversa con calma la via pedonale che porta alla piazza principale, saluta distrattamente alcune donne sedute sull’uscio di casa e si avvia verso un piccolo vicolo laterale.<br>C’è un mare di ricordi nel cuore della ragazza che piange lacrime silenziose mentre sfrega le scale del palazzo signorile dove lavora. I ricordi, pensa, quasi sempre ti scavano dentro soprattutto quando non sono facili da mandare via. Quel giorno in cui tutto avvenne lei aveva iniziato la giornata come sempre, una tazza di caffè turco con un lokum, pitta al formaggio e un cucchiaio di yogurt&nbsp;kefir. Poi, in cerca di un’improbabile normalità, era andata a passeggiare, aveva guardato la montagna che già da tempo non era più la montagna felice dell’infanzia, &nbsp;nessuno era davvero pronto a quello che sarebbe accaduto, nessuno, neppure quelli che avrebbero dovuto salvarla… salvarli.<br>Non ce la fa più a continuare, deve cercare di ricacciare dentro il magone, l’angoscia, tra un po’ la signora passerà&nbsp; a salutarla e come sempre le passerà la mano sul capo con un affetto che non ha mai compreso, ma che le riempie l’anima, e non si può che donare un sorriso a chi ti dona amore, anche se nel cuore l’amore è finito da tempo, celato dalle ombre.<br>E così, la mano della donna sfiora il capo della ragazza, ha delle uova fresche per la sua bambina, le dice. La ragazza sorride alla signora che a sua volta sorride stanca, neanche con lei la vita è stata buona, anche se ha dovuto soffrire un dolore diverso. La sua, riflette la ragazza, è una terra di dolore, una terra di infinite ed interminabili tragedie, ma da cui il suo popolo si è sempre rialzato. Le tragedie di un popolo sono le tragedie di singole persone che sommate fanno la terribile tragedia della storia, così affermava un suo professore al liceo.<br>La ragazza guarda l’orologio è già mezzogiorno, è tempo di andare. Al mercato compra delle rape e della carne, il latte e qualche piccolo dolce per la sua bambina. Mentre aspetta che il semaforo diventi rosso per attraversare la strada, un ragazzo la nota e le fischia, lei vorrebbe ridere di quel complimento sgraziato, ma piange lacrime trattenute e il suo corpo si scuote e trema nel ricordare cosa non potrà più essere, cosa non potrà più donare.<br>Torna a casa e all’improvviso sente di non avere più forze, succede sempre così quando il passato ritorna. E il passato ritorna sempre purtroppo, è quello il problema. Guarda fuori dalla porta, c’è un uomo con i fiori in mano che la guarda, si toglie il cappello e la saluta. Come ogni mese quest’uomo, che si reca al mercato per vendere i prodotti del suo piccolo orto, le porta dei fiori e in silenzio aspetta di essere ricevuto. Sempre in silenzio lei lo invita a entrare, lo fa sedere a tavola, prende i fiori e li mette in un vaso, poi prepara il caffè lungo e speziato come piace agli uomini della sua terra. Lo bevono insieme guardandosi negli occhi. L’uomo è innamorato di lei da quando l’ha vista al mercato ormai un anno fa. Prima di andare via l’uomo le sfiora il braccio nudo, vorrebbe tanto provare quel brivido che neppure molti anni fa le provocava la carezza di un ragazzo, invece anche stavolta non prova nulla, abbassa gli occhi. Da all’uomo del pane e una torta fatta in casa. Ci sono cose che lei non può più donare, non può più donarsi. Così l’uomo va via, chiude la porta dietro di se e riprende il cammino di ritorno verso il suo villaggio. Lei piange scuotendosi tutta, mentre pensa con orrore che la sua vita si è fermata ad un giorno di luglio di qualche anno prima e da allora non è più ripartita.<br>La sera davanti alla luce della TV, le immagini di un altra guerra, di un altro dolore, vorrebbe urlare ma non ce la fa, le parole sono chiuse, trattenute nel cuore.<br>Al mattino la figlia la guarda e le chiede ancora una volta “Mamma ma perché non parli più?”.&nbsp; La bimba è sicura di aver sentito la sua voce quando era piccola, quando le raccontava le ninne nanna. La bimba guarda la ragazza come solo le bimbe sanno fare e Mjriana piange, l’abbraccia e sussurra qualcosa d’incomprensibile all’orecchio della bimba.<br>I giorni passano uguali tra ricordi che non riescono ad andare via e una vita da trascinare avanti fino a che un giorno la ragazza riceve una lettera. Guarda e riguarda la busta, la gira e la rigira ma non riesce ad aprirla, ha quasi paura di sapere cosa contenga. La vita è stata crudele con lei e può esserlo fino in fondo. E’ una vittima di guerra, lei e la figlia lo sono, e spetta loro una forma di risarcimento, se mai si può risarcire la perdita della felicità, dell’innocenza.<br>Apre la busta quasi guardando da un’altra parte, poi legge le poche righe: “La S.V. è inviata a presentarsi presso la sede del&nbsp; Tribunale Supremo di Sarajevo per comunicazioni riguardanti la pratica n… da lei presentata in data…”. Poche righe in burocratese per non dire nulla e lasciare in sospeso tutto.<br>Dalla Città del Sale, la sua Tuzla, dovrà andare&nbsp; di nuovo verso la Capitale di uno stato che non esiste e di cui stenta a sentirsi parte. Tra poche ore la sua bambina tornerà da scuola, dovrà farle capire che tra qualche giorno la mamma si assenterà&nbsp; per qualche ora, forse un’intera giornata e non è mai accaduto finora, mai ha lasciato sola la figlia.<br>Ma la bimba è forte, molto più di lei, quei suoi occhi, da bastarda di questo paese bastardo, sono sempre duri come la pietra. Portano il segno della violenza, ma in alcuni giorni anche il fuoco della speranza.<br>Come il fuoco nel camino che crepita, in questa sera d’inverno che ne ricorda un’altra in cui, si racconta, l’Orso di Tuzla ha abbandonato il bosco, ha rotto degli steccati.<br>La lettera ha riaperto ulteriori ferite mai completamente rimarginate. La ferita più grande non è quella che emerge in fondo al cuore, no la ferita più grande è quella che ragazza sente tra le sue gambe, quella ferita che ancora oggi emerge al ricordo di quello che è successo quel giorno nella Città dell’Argento. Ogni volta il dolore fisico è insopportabile e ogni volta le sembra che il suo corpo la rifiuti.<br>Era successo tutto in fretta, le avevano separate dagli uomini come facevano i nazisti nei campi di concentramento di cui aveva sentito parlare a scuola.<br>Le avevano sbattute a terra e poi una per una erano state scelte da un uomo che strattonandole le aveva portate via. Le vecchie, le nonne, il patrimonio di storie di vita di questo piccolo paese, costrette a guardare, separate dalle figlie dalle nipoti, costrette a subire l’oltraggio che sempre porta la guerra.<br>E’ il sesso che muove il mondo e che muove la guerra, lei ne era certa da sempre.<br>Ogni soldato sogna di avere una donna in guerra, anche quell’olandese che la guardava ogni giorno e a cui aveva sorriso e che le aveva regalato quella sua foto con il nome e cognome dietro, cosa poteva volere di più? Eppure le era sembrato diverso, dolce, gentile, ma dov’era quel giorno, perché non aveva fatto nulla? E perché lei comunque continuava a conservare quella foto?<br>Forse non poteva sparare, ma almeno poteva gridare, farle capire che avrebbe fatto qualcosa per lei, per le altre. Forse sarebbe bastato, ma chissà dov’era rimasto, lì, fermo, come un soldatino di stagno guardando un uomo che fino a qualche tempo prima la ragazza avrebbe chiamato fratello e che l’aveva trascinata dentro quella casa di legno&nbsp; e pietra. Cos’era successo dopo? La ragazza guarda fuori verso i monti e sospira, lo ha raccontato più volte nelle deposizioni e ricordarlo riapre ancora quella ferita, quella fitta che è impossibile da sopportare.<br>Alcune immagini le tornano alla mente con più forza di altre:&nbsp; un uomo&nbsp; che la spinge verso la staccionata e la blocca contro il legno passandole le mani con forza sul corpo, strappandole la t-shirt mentre la tiene stretta con le gambe possenti. Ancora adesso le manca il fiato, non riesce ad andare avanti nel ricordo. Ricorda di aver provato a gridare ma l’uomo l’aveva minacciata puntandole la pistola in fronte, mentre premeva sempre di più contro di lei.<br>Ad un certo punto era riuscito a superare ogni sua debole difesa e aveva posto in essere quello che altro non era che l’ennesimo atto di guerra, come se quella liberazione finale nel suo corpo di adolescente non fosse altro che l’ennesima mitragliata scagliata contro la gente di Bosnia.<br>Terminato l’atto di guerra, l’uomo aveva addirittura cercato un bacio da parte della ragazza che si era divincolata e aveva cercato di scappare. Ricorda ancora perfettamente le parole di quell’essere sussurrate con rabbia e disprezzo: “Piccola puttanella musulmana porterai sempre con te il ricordo di questa guerra, di questa nostra vittoria, il figlio bastardo di una nazione bastarda che chiamavamo Jugoslavia”. Poi le aveva sputato in faccia e l’aveva buttata con forza per terra.<br>Di quello che è successo dopo la ragazza ricorda poco, ricorda di essersi rannicchiata in posizione fetale quasi sperando che qualcuno le sparasse, poi altre ragazze gettate in quella che sarebbe divenuta una trappola.&nbsp; Quando aveva sentito il fumo aveva urlato cercando di scuoterle, ma invano. Riuscì a farsi spazio tra due assi divelte, non ricorda come, poi la mano di qualcuno l’aveva tirata fuori e successivamente trascinata verso il bosco. Ancora adesso non sapeva se chi l’avesse salvata fosse&nbsp; un uomo, una donna, un amico o un nemico.<br>In qualche modo era viva, se si poteva quella considerare vita.<br>La ragazza guarda il fuoco crepitare, la bambina fa i compiti e guarda fuori dalla finestra, da ore cerca di riprendere fiato, rivivere tutto le ha fatto come sempre malissimo.<br>Fa freddo, nel pomeriggio è passata a trovare una sua vicina, le ha spiegato a gesti che deve andare a Sarajevo, le ha mostrato la lettera, e le ha chiesto di badare alla piccola Malina. Si è sforzata di parlare, ma le parole quasi non si udivano, ma dovrà trovare la forza di parlare a Sarajevo.<br>Il mattino seguente&nbsp; la nebbia copre tutta la valle come accade spesso nel lungo inverno bosniaco, carezza il capo della bambina e poi si dirige verso la finestra. Le manca la sua città, la città dell’Argento, Srebrenica. Srebro, infatti, significa argento nella sua lingua, che è poi anche la stessa dei suoi aguzzini. Le manca, &nbsp;nonostante tutto, ma non è più riuscita a tornarci, anche perché non ha morti da piangere, non sa dove siano i corpi dei suoi cari.<br>Chiude i pugni e si avvia verso la strada principale, nelle tasche frammenti di sale e argento.</p><p>Il racconto ha partecipato al Contest <a href="http://www.sguardoadest.it/new_blog/category/10-000-parole/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sguardo ad Est</a> </p><div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow"><div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-2 wp-block-columns-is-layout-flex"><div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow"><figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>Dževa e Srebrenica: Sorridere è la mia vendetta!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jan 2018 19:41:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Osservatorio Balcani-Caucaso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla capitale bosniaca per tortuosi cammini sono arrivato fino a Srebrenica che ancora adesso considero il luogo in cui per la prima volta, nella sua incapacità di comprendere cosa stesse succedendo a Srebrenica e intorno alla città, la Comunità internazionale ha dimostrato la sua inettitudine e in molti casi la sua cattiva coscienza. Ho incontrato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/srebrenica-sorridere-e-la-mia-ventetta/">Dževa e Srebrenica: Sorridere è la mia vendetta!</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dalla capitale bosniaca per tortuosi cammini sono arrivato fino a Srebrenica che ancora adesso considero il luogo in cui per la prima volta, nella sua incapacità di comprendere cosa stesse succedendo a Srebrenica e intorno alla città, la Comunità internazionale ha dimostrato la sua inettitudine e in molti casi la sua cattiva coscienza.</p></blockquote><p>Ho incontrato <strong>Dževa</strong> in una fredda giornata di Novembre a Sarajevo. Eravamo amici su Facebook e mi ero interessato al suo legame con <strong>Srebrenica</strong>. Quando ho letto che aveva scritto un <strong>libro sulla sua storia</strong> di vita ho pensato che fosse bello incontrarsi di persona. E così è stato, nel pieno centro di Sarajevo, Dževa mi ha raccontato la sua storia e mi ha regalato il suo bel libro. Da allora il progetto di tradurlo in italiano c&#8217;è sempre e chissà che questo 2021 non sia l&#8217;anno giusto.<br>Dževa è riuscita a trasformare l&#8217;odio in <strong>resilienza</strong> e in un sorriso seppure amaro.<br>Buona lettura!</p><blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dževa, una ragazza con un sorriso solare, è una delle “bambine di Srebrenica”, una delle sopravvissute ai fatti che hanno colpito la cittadina della Bosnia orientale. Dževa aveva quasi 6 anni&#8230;</p></blockquote><p>Leggi l&#8217;intero articolo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Srebrenica-sorridere-e-la-mia-vendetta-185108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/srebrenica-sorridere-e-la-mia-ventetta/">Dževa e Srebrenica: Sorridere è la mia vendetta!</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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		<title>Un infinito prato di steli bianchi. Ricordando Srebrenica</title>
		<link>https://www.damianogallinaro.it/un-infinito-prato-di-steli-bianchi-ricordando-srebrenica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Damiano Gallinaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2014 20:18:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivare a Srebrenica non è semplice. [&#8230;] Ed è una terra lacerata quella che attraverso, umiliata e offesa, in cui ancora sono chiaramente visibili i segni della guerra e della barbarie. Decine di case sono ancora da ricostruire e riesco a vedere solo quelle sulla strada principale, figurarsi quelle nascoste sulle colline. Nell&#8217;inverno del 2014 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Arrivare a Srebrenica non è semplice. [&#8230;]</p><p>Ed è una terra lacerata quella che attraverso, umiliata e offesa, in cui ancora sono chiaramente visibili i segni della guerra e della barbarie. Decine di case sono ancora da ricostruire e riesco a vedere solo quelle sulla strada principale, figurarsi quelle nascoste sulle colline.</p></blockquote><p>Nell&#8217;inverno del 2014 finalmente riuscii a visitare <strong>Srebrenica</strong>, la città martire che è stata uno dei motivi per cui ho iniziato a viaggiare nella ex Jugoslavia.<br>Come in un viaggio iniziatico ci ho messo qualche anno per raggiungere la metà. Ero finalmente pronto a visitare il <strong>memoriale</strong> di Potocari e i luoghi in cui ancora adesso si confrontano le drammatiche memorie divise che lacerano il tessuto umano della Bosnia Erzegovina.<br>Questo è il resoconto emozionale di quel viaggio scritto in occasione del 27 gennaio Giornata della Memoria.</p><p>Leggi l&#8217;intero articolo <a href="https://www.balcanicaucaso.org/Reportage/Un-infinito-prato-di-steli-bianchi.-Ricordando-Srebrenica-147284" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.damianogallinaro.it/un-infinito-prato-di-steli-bianchi-ricordando-srebrenica/">Un infinito prato di steli bianchi. Ricordando Srebrenica</a> proviene da <a href="https://www.damianogallinaro.it">Damiano Gallinaro</a>.</p>
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